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Full text of "Bollettini ECN Milano"

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ECN MILANO 

Giornale telematico per l'autonomia in rete 


Maggio 7 993/3 


Anni '70 
e dissociazione 

Rote Armee Fr action: 
la situazione delia sinistra 
in RFT ed in Europa 

Ancora repressione 
in carcere 

Politiche demografiche 
e programmi: 
un'analisi femminista 

RE.SE.AU 

Seminari Autogestiti 

General intellect 
Filosofie e politiche 
della comunicazione 

Appunti sull'inchiesta 

Budapest: Radio Tilos 

Il deperimento 
della società' civile, 
oppure 

la riforma impossibile 


European Counter Network 


Modem 02 2840243 




O 






F.i.p. Milano 
Via Leoncavallo 22 
22 maggio 1 993 


I CAVALIERI DELLA DISSOCIAZIONE 

Bologna, "Liberare tutti", Incompatibili 

SULLA SITUAZIONE DELLA SINISTRA 
IN RFT E IN EUROPA 

Rote Armee Fraction 

ANCORA REPRESSIONE 
PER SEI COMPAGNE DETENUTE 

POLITICHE DEMOGRAFICHE 
E PROGRAMMI: 

UN'ANALISI FEMMINISTA 

Betsy Hartmann, da Radicai America 

RE.SE.AU. • Seminari Autogestiti 

Milano, Collettivo Klinamen 

GENERAL INTELLECT 
FILOSOFIE E POLITICHE 
DELLA COMUNICAZIONE 

Milano, Collettivo Klinamen 

APPUNTI SULL'INCHIESTA 

Milano, Collettivo Klinamen 

RADIO TILOS BUDAPEST 

Francoforte, Archiv fur Zeitgeschichten 

IL DEPERIMENTO DELLA SOCIETÀ' CIVILE, 
OPPURE LA RIFORMA IMPOSSIBILE 

Michael Hardt 



ecn milano 


I CAVALIERI 

DELLA 

DISSOCIAZIONE 



Un pezzo della memoria. In un tempo in 
cui si invoca la sua assenza come con- 
dizione del completo dispiegarsi delle po- 
tenzialità rivoluzionarie di unanuova com- 
posizione di soggetti, crediamo che sia 
fondante andare controcorrente. In questa 
sede parleremo di quel fenomeno politico 
andato sotto il nome “dissociazione”. Da 
un lato, perchè la conventio ad excluden- 
dum vigente nel Movimento antagonista, 
secondo la quale non hanno diritto di 
parola coloro che promossero e condivi- 
sero quella pratica, sembra oggi cadere; 
dall’altro lato, per la ragione che deve pur 
essere presa in considerazione la questio- 
ne che, così come allora la dissociazione 
causò una fortissima crisi nel Movimento, 
in carcere e fuori - così oggi essa produce 
evidente divisione sia nel ceto politico, sia 
tra le compagne e i compagni nei luoghi e 
nelle pratiche del Movimento. 

Diversi dissociati, ora che i tempi sono 
cambiati e il re ha svelato per l’ennesimo 
volta di “essere nudo”, riprendono il loro 
mestiere di intellettuali radicali e sparano 
a zero sul quartier generale. Si tratta di fo- 
gli, dibattiti, riviste, insomma di quell’ uni- 
verso in espansione del Movimento che, 


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ecn miìano 


come si sa, ha confini geografici e politici incerti 
(e questo lo diciamo in senso positivo). 

Una volta si diceva: “Le colpe dei padri non 
devono ricadere sui figli”. Giustissimo! Noi, anzi, 
affermiamo di più: “Le colpe di un tempo non de- 
vono essere motivo di ostracismo perenne”. Ma 
noi non vogliamo alcuno scambio del tipo: rottura 
dell’ostracismo e “ritorno” per la produzione teo- 
rica. Non di merce si tratta, ma di valore d’uso: la 
condizione minima che noi si richiede è quella di 
una vera storicizzazione di quegli anni 70, di cui 
forse troppo spesso vorremmo “liberarci” e, con- 
seguentemente, di un discorso veramente serio 
sugli effetti tragici che la dissociazione ha causato. 
Ciò non solo da parte di quanti si dissociarono, 
ma da parte dei compagni - quelli che hanno fatto 
movimento negli anni 70 e ’80 e di quanti - oggi 
- che pur non essendoci stati - hanno comunque 
il diritto di non essere passivi recettori della me- 
moria. Una volta si diceva: “fare autocritica". Det- 
to come va detto, sarebbe già troppo facile oggi 
sentirsi dire da un dissociato: “ho sbagliato, ma 
ora la penso diversamente!” Il ritorno dorato di 
quel ceto intelletuale dissociato nel Movimento 
non ha esempi nella storia della lotta di classe. E’ 
con tutta la protervia e il trasformismo di cui solo 
gli intellettuali sono capaci, che oggi siamo co- 
stretti a fare i conti. 

E’ tanto più improrogabile ciò, se si riflette sul fat- 
to che quella conventio ad excludendum è caduta 
in situazioni politiche e non già solo nei luoghi 
della riproduzione culturale, intellettuale, di dibat- 
tito del Movimento. Prima di inoltrarci oltre voglia- 
mo essere chiari su un punto, per non confondere 
li idee a chi legge queste pagine e non fa parte del 
ceto politico stretto o largo che sia. Fare cadere 
la conventio ad excludendum non significa affatto 
diventare a propria volta “dissociati”, accettare 
quella pratica, ecc. La durezza del confronto e la 
non facilità del dibattito (subito affossato. . .) hanno 
bisogno di questa precisazione. 

Infine, chiediamo venia per la frammentarietà del 
racconto: il filo della memoria ci ha imposto la 
discontinuità nel discorso - ma ritorneremo sul- 
l’argomento. 


IL DOCUMENTO DI REBIBBIA 

Immaginando che molti lettori di queste pagine 
siano digiuni di memoria storica del ciclo di lotte 
che va grosso modo dal’68 al’79, ricordiamo che 
il Movimento si reggeva su due presupposti di 


fondo: la pluralità delle posizioni politiche, delle 
esperienze, delle provenienze, delle pratiche, dei 
percorsi teorici e di organizzazione, e l’unità, il 
considerarsi un sol corpo di fronte al nemico - lo 
stato, il sistema dei partiti, i sindacati. Tutto era 
in-movimento, perchè tutto ruotava intorno a 
questi due perni fissi. Lo scontro duro e acceso, 
anche drammatico, non poteva sospendere mai 
(come avrebbe potuto?) la solidarietà di classe e 
la cooperazione. 

L’esperienza combattente era considerata da 
tutti interna al Movimento: per la prima volta è 
stata la dissociazione a dialettizzarsi con lo stato 
contro le organizzazioni combattenti, contempo- 
raneamente tentando, senza successo, di con- 
durre il Movimento entro percorsi riformisti. Va 
dato atto ai compagni, i quali negli anni ’80 hanno 
ricostruito iltessuto delle lotte, di avere compreso 
che la difesa della memoria era la condizione per 
la ripresa dell’antagonismo sociale. 
L’operazione di “relativizzazione” della dissocia- 
zione può anche venir intrapresa, ma questo da- 
to è incontrovertibile. 

lldocumentodiRebibbia(pubblicatodal Manifesto 
il 30/9/1982) che aprì le porte alla desolidariz- 
zazione, creò comportamenti diametralmente an- 
tagonisti aquelli esistenti in precedenza. Talmente 
diverso era il fenomeno che nasceva nel seno del 
movimento rivoluzionario e del ceto politico che 
aveva promosso e orientato per vent’anni le lotte, 
che le istituzioni della comunicazione di massa 
coniarono un nuovo termine: “dissociazione”. A 
sottolineare l’estremo vantaggio che la nuova si- 
tuazione che si era venuta a determinare offriva 
al sistema di comando. 

“Dissociare”, cioè disgiungere, separare quel 
che prima era unito. Il termine fu preso a prestito 
dalla chimica: “scindere una molecola in altre più 
semplici oppure in atomi o ioni”. Ma il termine ha 
anche un’applicazione in psicologia: “Processo o 
condizione in cui attività psicologiche che possie- 
dono una certa unità tra di loro, perdono la mag- 
giorpartedellerelazionicolrestodella personalità 
e funzionano più o meno indipendentemente...”. 
Il documento di Negri e C. determinò la scissione 
violenta, subito stigmatizzata dai compagni: 
il carattere totalmente interno alle istituzioni, l’as- 
senza di riferimenti, anche formali, ai soggetti so- 
ciali antagonisti - per usare un termine fuori mo- 
da: la buona vecchia sana lotta di classe - ne fan- 
no qualcosa di inaudito, provocatorio, rispetto al- 
l’esperienza politica delle generazioni di mo- 
vimento dal ’68 in poi...” (Intervento “L’uovo del 


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serpente” in Autonomia n. 20). 

La dissociazione dalla lotta armata, preme dirlo, 
era dissociazione dal Movimento, in quanto non 
era, come accadeva in precedenza, u na critica in 
"seno al popolo”, un aspro confronto nel dibattito 
politico, ma era netta scelta di campo, era il salto 
dall’altra parte, significava glissare sul fatto che 
le pratiche del Movimento da un Iato erano volte 
spessissimo all’illegalità di massa e/o di gruppo, 
dall’altro lato che la lotta armata era la punta 
dell’icerberg che sotto aveva un’intera genera- 
zione spesso solidale con le Br, Prima linea, ecc. 
che venivano criticate perchè ponevano in atto 
un’anticipazione - cioè forzavano la “tendenza”, 
non per la sostanza, nè per i metodi, ma per i tem- 
pi. . . Cambiando l’interlocutore, si cambiava il me- 
todo e la sostanza. In un intervento sul Manifesto 
del 22/3/’81 così Negri scriveva: “L’unico modo 
per battere il terrorismo è quello di intervenire sui 
meccanismi della sua riproduzione ed essere 
politicamente legittimati a farlo. E lo si è quando 
si parla nel movimento di classe, dal suo interno. . 
Niente di più falso. Quello stesso Movimento di 
classe avrebbe espresso la sua estraneità al 
“nuovo corso”, anche se era costretto ad assistere 
ad esternazioni che sceglievano ben altri in- 
terlocutori: "... Certo: io ammicco al giudice Sica 
perchè è uno dei pochi giudici intelligenti che ho 
conosciuto. Ammicco ai cattolici padovani, perchè 
per certi versi sono gente che vuole la giustizia, 
buon dio, gente con la quale ho avuto da ragazzo 
dei rapporti profondamente intensi”. (Negri: da 
un’intervista a Enzo Biagi). 

Molta acqua era passata sotto i ponti da quel 
giorno di settembre del 77, quando al palazzetto 
dello Sport a Bologna, migliaia di compagni inin- 
terrottamente avevano scandito lo slogan: Curdo 
libero! 

Esaminiamo qualche punto saliente del docu- 
mento in questione. La ricerca di una soluzione 
politica della detenzione politica: fin dalle prime 
battute si focalizza l’argomento centrale. Per da- 
re forza qui ed ora a questa soluzione i 51 fir- 
matari - Negri in primis - costru iscono un discorso 
che non è contingente bensì programmatico la 
cui applicazione necessita di tempi lunghi, di 
ulteriori elementi di programma e, soprattutto, di 
una sua accettazione sia pure parziale in strati 
politici e sociali presenti nei movimenti. Si dà per 
ora tutta l’attenzione al rapporto di dialettizzazione 
con lo stato. Due - allora - sono i punti fondamentali 
del programma: “Chi vuole continuare a “com- 


battere” non ha nulla in comune con chi intende 
oggi rompere il silenzio ed intraprendere una bat- 
taglia politica aspra e complessa per la trasfor- 
mazione sociale ed istituzionale”. Daun latodun- 
que una battaglia immediata contro chi persevera 
la critica delle armi, dall’altro lato un obiettivo da 
costruire: la costituzione di un “riformismo anta- 
gonista” che ricerca un rapporto, attivo e pro- 
positivo “...con quelle forze sociali e politiche che 
intendono superare la politica delle leggi speciali 
e del terrore a aprire una fase di trasformazione”. 
I compagni del Movimento affermarono imme- 
diatamente un netto e assoluto rifuto di questo 
documento, ebbero immediatamente la perce- 
zione che la spaccatura che si verificava metteva 
fuori da ogni pratica di antagonismo e di 
progettualità comunista i firmatari. La dissocia- 
zione oltre che negare l’unità del Movimento e il 
suo patrimonio storico di lotte di classe contro lo 
stato, andava naturalmente ad affossare qual- 
sivoglia possibilità di soluzione politica non dif- 
ferenziante, che poteva progressivamente uni- 
ficare le lotte interne ed esterne al carcere, come 
pure i compagni dell’Autonomia affermavano 
con forza e convinzione in quel periodo. Questo 
fu l’effetto più devastante, lucidamente previsto 
evoluto:sioptòperle cosiddette “areeomogenee” 
in stretto rapporto con Amato, direttore generale 
degli istituti di prevenzione e pena, il quale, in 
un’intervista rilasciata a Repubblica del 25/8/’83, 
così si esprimeva: “...siamo particolarmente at- 
tenti agli aspetti positivi delle cosiddette aree 
omogenee ed alla possibilità, quando ne ricorrono 
tutti ipresupposti accertati, delladeclassificazione 
di detenuti differnziati”. La ferocia di queste parole 
è scolpita sulle pietre: “Silenzio, passività e “attesa 
deli’aministia” (cioè di un provvedimento uguale 
per tutti. Che peraltro era avversato in quel pe- 
riodo sia in carcere che fuori NDR) sono l’ultimo 
avallo a forme di cultura militariste” “Aberrazione” 
nei confronti della dignità del silenzio, significava 
per i firmatari differenziazione - cioè la messa in 
campo di una parte “buona” che contratta migliori 
condizioni in carcere, e una parte “cattiva” contro 
cui la vendetta dello stato si acutizza, essendo 
stata isolata. La scrittura sapiente, ambigua per 
certi versi del documento, che all’apparenza 
sembra limitarsi alla critica della lotta armata - 
non riesce ad occultare l’intera operazione, perchè 
quello che lucidamente si persegue è l’indicazione 
da dare allo stato: noi ci dissociamo, lanciamo 
questa campagna nel Movimento, buttiamo a 
mare quanti perverano nella lotta armata ,non 


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conduciamo più una battaglia all’interno dei 
compagni, riscriviamo la storia, cerchiamo di lan- 
ciare il messaggio della pacificazione per un pro- 
cesso non meglio precisato di “trasformazione”. 
La richiestadi amnistia non poteva dunque uscire 
da una tale impostazione. Bene io mise in luce 
Rossana Rossanda sul Manifesto - che appoggiò 
politicamente la dissociazione: “Mediazione, di- 
scorso politico, percorsi legislativi, dialogo: non 
amnistia, che è atto di clemenza del più forte tra 
parti destinate a restare uguali a se stesse”. 

Si è detto in questi ultimi tempi che la distanza (?) 
di quel periodo potrebbe mettere mano ad un’ 
opera di storicizzazione. Un punto di riflessione 
che si avanza è quello relativo alle pesanti con- 
dizioni in cui i detenuti politici si sarebbero trovati 
a causa dell’egemonismo delle formazioni com- 
battenti. Da testimonianze scritte e orali, le cose 
non sembrerebbero stare proprio in quei termini, 
anche se episodi drammatici e tragici non man- 
carono. Anche qui non se ne esce se non a con- 
dizione di impostare il problema politicamente, 
come si fece negli anni ’80. La realtà è che la dis- 
sociazione travalicava lo stesso scontro dramma- 
tico tra i compagni, non volere riconoscere che 
essa è una filosofia politica, un progetto, significa 
voler far torto all’intelligenza di quanto lo pensa- 
rono e lo scrissero. La sua interna organicità con- 
siste nella riscrittura dei ruoli dei movimenti, ri- 
scrittura che giustifica la rottura della solidarietà 
e del patrimonio storico. Se si voleva spezzare la 
spada di Damocle del combattentismo dentro e 
fuori il carcere, ma proseguire nel Movimento la 
ricerca di una soluzione politica degli anni 1 70, la 
strada da scegliersi - l’unica - era quella di ac- 
cendere un dibattito politico su quelle che erano 
state e dovevano essere le forme di lotta nel so- 
ciale e contro lo stato. Forme che non potevano 
essere feticci, decise una volta per sempre, ma 
che dovevano mutare per il cambiamento che si 
era venuto a determinare nei rapporti di forza tra 
le classi. Anziché fare questo, anziché dialet- 
tizzarsi con il Movimento, si preferì dialettizzarsi 
con gli aguzzini. La tragicitàdi questa storia, la 
rottura della comunicazione tra prigionieri politici 
in carcere, l’odio come unico rimedio a una situa- 
zione resa insostenibile, seguivano al rifiuto siste- 
matico di instaurare una dialettica di liberazione 
- restando tutti uniti - con i compagni fuori dal 
carcere - rinunciando gli uni alla dissociazione, gli 
altri allo sterile combattentismo. Facendo entrare 
in campo la terza componente - il Movimento 


esterno -, elaborando una strategia comune di 
critica del carcere per u na reale soluzione politica, 
si sarebbe potuto evidenziare che il trascorrere 
del tempo acuiva la contraddizione tra una gene- 
razione detenuta e il Paese; in tale modo, senza 
eroismi, si poteva incrinare la compattezza della 
controparte e giungere a risultati concreti. 

Ciò detto è tanto più significativo se si pone men- 
te al fatto che alla dissociazione aderirono non 
solo coloro che avevano militato in formazioni 
non combattenti, ma in massa anche coloro che 
erano stati militaristi. Che un periodo fosse passa- 
to, che un’ipotesi si fosse consumata, dunque, 
era nella testa di tanti, di molti. Un dibattito che 
escludesse lo stato, logiche premiali, divisione ir- 
reversibile, ecc., era possibile. 

E' qui che viene in aiuto l’interpretazione secondo 
la quale la dissociazione non era legata a qualcosa 
di contingente. 

Come è possibile azzerare quanto accaduto nel 
recente passato? E passiamo all’altra questione. 
Si dice che in questi ultimi 1 5 anni il Movimento 
avrebbe soffertodella manca nzadi impostazione 
teorica, ragione per cui nel luogo neutro della 
scrittura possono oggi rientrare dalla finestra 
quanti furono cacciati a pedate dalla porta. Fran- 
camente, non vediamo il nesso. Il cosiddetto 
“debito teorico” non può azzerare nulla! La verità 
òche in ogni situazione le compagne e i compagni 
non accettano; hanno forti perlessità; non com- 
prendono il soprawentodell’assenzadi memoria, 
sembrato piuttosto un colpo di spugna; non 
intendono dare a Negri e ai dissociati cittadinanza 
nel Movimento. Noi comprendiamo pienamente 
queste posizioni, ma andiamo oltre. Anche se per 
assurdo Negri non partecipasse al progetto di 
scrittura dei compagni, noi lo stesso non saremmo 
d’accordo con l'impianto complessivo teorico- 
pratico proposto. Diciamo questo per esprimere 
che un progetto è di chi lo fa, senza che per 
questo debba venire per forza demonizzato; piut- 
tosto, accanto alla battaglia contro la dissociazio- 
ne, deve trovare spazio un profondo e continuo 
dibattito teorico e politicotra i compagni, uscendo 
davvero dalle secche degli anni ’80, che tanto 
hanno pesato sulla crescita generale 
dell’antagonismo in questo Paese. Che ognuno 
dia il suo contributo nell’Autonomia in rete per 
costruire progetti, percorsi teorici, politici, partendo 
dalla premessa che è del tutto normale che si 
affrontino, anche aspramente, ipotesi e posizioni 
diverse. Così come è del tutto pacifico che non 


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ecn mìlano 


esiste l’Autonomia, ma convivono diverse Autonomie. 
I pericoli più grossi sono due. Da una parte, la divisione 
dei compiti, tra un ceto intellettuale e un ceto politico 
- cosa asimmetrica, non proponibile, perchè teoria- 
pratica è un nodo indissolubile che non può peraltro 
essere nella sostanza delegato, per le prove che un 
ceto intelletuale ha dato di sè - trasformista e op- 
portunista nella migliore tradizione del bel Paese -; 
dall’altra parte l”’eccesso” di zelo di eventuali neofiti, 
folgorati sulla via di Damasco, mosche cocchiere, 
guardiani di un’ortodossia che non c’è. 

Ma in questo caso ci troviamo di fronte ad un livello di- 
verso. Come scriveva lo scrittore siciliano, “A ciascuno 
il suo”. 


IL MALE OSCURO 

La dissociazione non è stato il male minore. Al contrario 
è stato ed è un veleno che non uccide subito: distillato 
nel corpo sociale ha i suoi agenti e i suoi destinatari. Ha 
potuto usufruire ed usufruisce di una clima e di una 
situazione storico-sociale molto favorevole, che non è, 
come possono pensare alcuni, limitatamente riferibile 
ai trascorsi anni ’80, ma permane in forme strutturali 
anche oggi. Per questo la lotta contro la dissociazione 
non è soltanto difesa della memoria, è qualcosa di più , 
indica una posta in gioca veramente grossa. E noi 
siamo convinti che se se non si fanno i conti con gli anni 
70, anziché liberarsene se ne resta prigionieri. C’è un 
solo compagno che sarebbe disposto a mettere la 
mano sul fuoco e dire che la dissociazione è cir- 
coscrivibile ad un dato momento accaduto e ormai 
passato, e che non invece essa produce discorso 
sotto forme diverse? Discorso che all’apparenza è an- 
tagonista e nella realtà costruisce un sistema di dia- 
lettizzazione strategico con il “nuovo”? 

Nel documento di Rebibbia si legge: “una radicale 
riforma delle istituzioni è momento significativo della 
crescitadi nuovi movimenti”; prima ancora: “la soluzione 
della questione dei prigionieri politici è una condizione 
centrale per una radicale riforma delle istituzioni, per 
una loro modernizzazione”. Siamo in piena seconda 
repubblica! Perlomeno il dubbio dovrebbe serpeg- 
giare... Siamo davvero sicuri che la citazione che se- 
gue è targata agosto 1982 e non anche anni ’90? 
“...sollecitare e stimolare un rapporto dialettico, attivo 
e propositivo con quelle forze sociali e politiche che 
intendono superare la politica delle leggi speciali e del 
terrore e aprire una nuova fase di trasformazione”. 

A questo punto viene spontanea una considerazione. 

I dissociati - e tra questi Negri - se continuano ad 
affermare che la dissociazione è stato ed è tuttora un 


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valore, non è forse perchè ritengono ancora oggi 
quella pratica costitutiva di intelligenza e di ripro- 
posizione in avanti - cioè necessaria per un movi- 
mento di dialettizzazione con il “nuovo”? Una sor- 
ta di costruzione di una sinistra sociale di opposi- 
zione, considerata in uno scenario in cui forme di 
lotte di piazza si coniugano con forme legali di 
rappresentanza politica, ma finalizzate ad un si- 
stema giacobino, che, sappiamo, i compagni ne- 
gli anni settanta bollarono come “nemico del pro- 
letariato”? La costituzione del 1793 non fu mai 
applicata. Altroché rincorrere la ‘tendenza”! Nes- 
suno ha la verità in tasca. Ma rifiutiamo di credere 
che ce l’abbiano certi personaggi. Ci sembra che 
la coperta qui sia troppo corta. Gli “uni” potrebbero 
vedere la cosa come strategia, gli altri come tat- 
tica. Questo è il nodo: in un progetto esplicitare 
quando le proposte sono legate ad un momento 
tattico e quando invece esse vengono considerate 
strategiche. 

Certo, può essere anche che nel caso di Negri, e 
non solo, si possa trattare “solo” di orgoglio di in- 
tellettuale. I compagni possono pure fidarsi, aven- 
do probabilmente accesso a un quadro negato ai 
comuni mortali. Ma non devono essere i compagni 
a convincerci. Questo è il fatto. Bisogna che rie- 
scano a convincerci i dissociati, ma se questi per- 
severano a contemplare il massimo del loro es- 
sere antagonisti nella esperienzacondotta incar- 
cere, producendo differenziazione e negando il 
patrimonio storico delle lotte, vuol dire che ci tro- 
viamo di fronte al più classico “dialogo tra sordi”. 
In realtà, questi non vogliono convincere proprio 
nessuno, continuano per la loro strada. E chi 
vivrà vedrà. Scrivevano i compagni di Autonomia: 
“(nel documento di Rebibbia)... 

Anche i termini vengono stravolti : ad esempio la 
lotta, di cui si scrive, non è più la capacità di rac- 
colta e di espressione adeguata di momenti, an- 
che nel carcere, a seconda dei livelli di segrega- 
zione, dell’antagonismo di classe e dell’estraneità 
comunista e proletaria allo stato dello sfruttamento 
e del controllo capitalistico; lotta per gli estensori 
del manifesto, è capacità furbesca di costruire al- 
leanzeeoperazioni politiche dentro cui mercificare 
la propria funzione di sabotatori dell’antagonismo 
proletario per contrattare interessi di gruppo”. 
Delle due: o erano i compagni che si sbagliavano 
nel giudizio, o, invece avevano ragione. Non ci 
sono vie di mezzo. Perchè come si farebbe a so- 
stenere che allora i dissociati si comportavano 
così perchè erano appunto dissociati, mentreora 
si comporterebbero diversamente (cioè avrebbero 


altri progetti politici), anche se rimangono legati 
alla difesa della loro dissociazione? Questo è un 
rompicapo. 

Un’ultima riflessione ci preme fare. Il Movimento 
degli anni ’60 e ’70 ha prodotto una vasta rete di 
antagonismi, conflitti, scontri nel sociale. Migliaia 
di persone sono state denunciate. Migliaia sono 
state arrestate. La dissociazione affronta questo 
problema della carcerizzazione con un metodo 
spregiudicato. Il Movimento che nascerà sarà 
certamente diverso da quello del passato. La sto- 
ria non si ripete stancamente. Pur tuttavia forme 
radicali di conflitto antagonista ci saranno e, 
purtroppo, il carcere costituirà ancora una volta 
un’arma nelle mani del comando - proprio per 
imprimere logiche di punizione, ma anche di 
differenziazione...Aquestopunto,iNegri,iVirno, 
ecc., come si comporteranno? I lettori conoscono 
già la nostra risposta. Se non sono d’accordo, 
provino loro a cercarne un’altra. 

Bologna, 3 maggio 1 993 

Collettivo “liberare tutti” 

Collettivo Incompatibili 

del centro di comunicazione Antagonista 

Via Avesella 5A 

P.S. Proponiamo un dibattito in rete su questa 
questione delladissociazione. In particolare, sul la sua 
produttività politica ai giorni nostri. Inoltre, proponiamo 
l’apertura di uno spazio in cui affrontare l'importanza 
della costruzione di un progetto teorico-pratico che 
parta dal basso, dai compagni e dalle varie situazioni 
di lotta. 



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ecn milano 


Riceviamo e pubblichiamo una traduzione che 
un nostro lettore ha fatto di un articolo apparso su 
un giornale svizzero di parte della rivendicazione 
attuata in Germania dell’attentato al carcere di 
Weiterstadt. 

DALIA 
ROTE 
ARME E 
FRACTION 
SULLA 
SITUAZIONE 
DELLA 
SINISTRA 
IN RFT ED 
EUROPA 


* Siamo tesi verso un processo, nel quale può 
svilupparsi contropotere sociale dal basso e da 
questo nuove concezioni per un processo di 
sovvertimento rivoluzionario. Questo richiede una 
discussione fatta da persone diverse che creano 
basi nuove e criteri comuni. Si tratta della costru- 
zione di u n contropotere sociale capace di immet- 
tersi come una forza rilevante in una nuova lotta 
internazionale per il sovvertimento delle condizioni 
distruttive capitalistiche. 

Si tratterà della comprensione per esteso della 
mutata realtà internazionale ed interna alla società 
e con ciò anche di collaudare per bene tutti “i fer- 
rovecchi deH’armamentario concettuale (della 
sinistra)”, perché solo con un confronto profondo 
sarà possibile proporre terreni di dibattito per 
abolire le condizioni esistenti in modo rivoluzio- 
nario. E solo da questo processo possono nascere 
nuove risposte alle questioni dei mezzi di lotta e 
delle forme concrete deH’organizzarsi. 

Tuttora questo processo ha per noi la più grande 
priorità. La sua necessità è percepibile in ogni 
attimo, se teniamo presente il vertiginoso sviluppo 
distruttivo del sistema capitalistico. Già da tempo 
questo sistema ha prodotto emarginazione, mise- 
ria materiale e sociale e la morte di milioni di per- 
sone nelle zone “sottosviluppate” (trikont). Oggi, 
lo sviluppo della progressiva crisi immanente a 
questo sistema è arrivato ad un punto al quale 
non è più possibile rimuovere nemmeno la di- 
struzione delle basi vitali nelle metropoli stesse, 
dove la miseria sociale e materiale è una realtà 
per sempre più persone. In questa situazione, la 
mancanza di una sensata alternativa sociale, 
intesa come forza sociale, ha delle conseguenze 
catastrofiche. 

Mentre lo stato fomenta e favorisce l’escalation e 
la diffusione di mobilitazioni razziste e fasciste 
nella società ed è riuscito, aizzando miratamente 
contro i profughi, a canalizzare gran parte delle 
prorompenti contraddizioni in una direzione rea- 
zionaria, la situazione dalla parte nostra è tuttora 
caratterizzata da isolamento e disorganizzazione 


* Il confronto sul razzismo sicuramente sarà par- 
te importante nella costruzione di un contropotere 
dal basso - un confronto che non può rimanere 
nel ghetto o posto per tracciare limiti rigidi nei 
confronti di altre/i, ma come questione da porre 
alla propria coscienza, sulcomeognuno/adeside- 
ra essere e quale sviluppo sociale desidera 


Maggio 1 993 


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La distruzione del sociale tra le persone è la 
condizione per il razzismo. Questa distruzione 
passa attraverso un quotidiano di 24 ore di pro- 
duzione e concorrenza, base del sistema capi- 
talistico, nel quale le persone sono state depredate 
dei propri valori, per lasciare spazio ai valori 
funzionali al capitalismo. 

Per la maggioranza delle persone, è diventato 
normalità passare tutta la propria vita secondo un 
ritmo ed uno stress totalmente predeterminato, 
che non lascia alcuno spazio per la creatività ed 
il piacere di vivere. 

Ne è testimone il fatto che in questo sistema tutto 
diventa merce, anche il corpo, e questo costringe 
ovviamente soprattutto le donne a presentare il 
loro coro come merce che viene consumata o 
anche rifiutata dagli uomini.... 

Creare mille divisioni è stato da sempre la 
condizione per il dominio del sistema capitalista 
sulle persone. Questo processo di distruzione ha 
ora raggiunto una dimensione che slitta in una 
lotta cieca e scriteriata di ognuno/a contro tutti/e 
ed ognuna/o. 

Coscienza razzista ed, a maggior ragione, il 
processo di distruzione interno della società non 
possono che essere aboliti/invertiti con lotte nelle 
quali si creano ed agiscono valori e rapporti 
sociali. Solo aH’interno di tali lotte è nuovamente 
concepibile una prospettiva di sviluppo rivoluzio- 
nario. O dalla sinistra - con ciò intendiamo tutte/ 
i quelli che sono alla ricerca di vie per imporre qui 
e globalmente una vita degna di essere vissuta - 
emerge una nuova prospettiva che abbia il suo 
effetto nella società o la “prospettiva” non rimane 
che dall’altra parte, quella destra e fascista. 0 si 
sviluppa, partendo da noi, (la sinistra), un mo- 
vimento di base dal basso, caratterizzato da soli- 
darietà egiustizia, dalla lotta contro il gelo sociale, 
la mancanza di prospettive o la miseria, o le 
contraddizioni prorompenti continueranno a 
rimanere distruttive e la violenza di ogni persona 
contro ogni altra si diffonderà ed aumenterà. 


* C’è chi nella sinistra non si vuole confrontare 
con le questioni dello sviluppo sociale, questioni 
poste non solo da noi inquestitermini, adducendo 
che ciò sia riformista. Per una nuova definizione 
di politica rivoluzionaria queste pseudo-discus- 
sioni sul rivoluzionario o riformista non sono di 
alcun valore ed utilità reale; arroccandosi ed insi- 
stendo su delle vecchie ed atemporali chiarezze, 
nessuno troverà delle risposte alle questioni at- 
tuali. Le reciproche conferme della necessità che 
la rivoluzione debba essere internazionale sono 
delle banalità che non servono a nessuno, nem- 
meno ai popoli del sud e dell’est (...) 

La condizione per una nuova definizione di politica 
rivoluzionaria è che si ritrovino, riuniscano, orga- 
nizzino edagiscanoquellepersonecheveramente 
si vogliono reciprocamente conoscere, ammettere 
e sviluppare nuovi pensieri. 

* Da quando, un anno fa, abbiamo ritirato l’esca- 
lation da parte nostra, lo stato invece ha parzial- 
mente addirittura acutizzato la persecuzione di 
avversari/e politici/che al suo sistema, tra le per- 
sone progressiste: tentativi isolati di conquistare 
spazi per uno sviluppo diverso vengono tuttora 
abbattuti. Un esempio lampante è stato il tentativo 
di impedire sul nascere il controcongresso al 
summit economico mondiale a Monaco o la cri- 
minalizzazione delle forme di organizzazione an- 
tifasciste. (NDT: segue una parte dedicata all’ 
uso da parte dello stato tedesco del fenomeno 
nazista) 

Inoltre lo stato sta conducendo una crociata di 
vendetta contro i vecchi comunisti ed antifascisti. 
Tutta l’esperienza di resistenza sviluppata nel 
corso di questo secolo deve essere estirpata. E’ 
esattamente questa la condotta dello stato nel 
trattamento delle nostre compagne/i in galera. 
Spesso siamo stati criticati proprio per aver, nella 
nostra dichiarazione dell’aprile dell’anno scorso, 



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connesso la nostra decisione alla “cesura” (ein- 
schnitt) con la situazione delle persone in carcere 
e con ciò alla volontà statale di annientamento. 
Da sempre però abbiamo motivato la “cesura” 
della nostra storia con la necessità dello sviluppo 
di basi nuove, ed abbiamo anche detto che que- 
sta necessità esiste indipendentemente dall’azio- 
ne dello stato. Ma già in partenza non era dato di 
sapere quale sarebbe stata la reazione dello sta- 
toal nostro “allentamento della pressione”. Abbia- 
mo perciò lasciato aperta la possibilità di porre 
dei limiti alla volontà di annientamento dello stato 
minacciando di intervenire se necessario. (...) 
Appena rimossa la nostra pressione lo stato ha 
deciso l’escalation in confronto ai/alle prigionieri/ 
e. Non devono essere riunite/i per non poter inter- 
venire nei processi di discussione e sociali - ed 
ancora meno devono poter uscire. Devono tuttora 
essere annientate/i, e le loro esperienze di lotta 
essere tenute lontane da altre/i. 

* E’ chiaro che ci vuole una decisione politica 
dello stato per attuare il passaggio da un rapporto 
di estirpazione ad un trattamento politico della 
questione prigionia politica. 

Evidentemente ci sono mille questioni irrisolte. 
Non ha ancora avuto inizio una discussione soli- 
dale, a partire dalle esperienze delle lotte degli 
ultimi25anniperpotersviluppareconclusioniper 
il futuro e criteri comuni. Ma ci sono principi e co- 
se scontate che non devono essere discusse, e 
che sono per noi basi di partenza elementari: per 
esempio il nostro rapporto con le/i prigioniere/i ed 
il fatto che lo stato da 22 anni li sta torturando con 
l’isolamento - combattiamo per la libertà delle 
nostre compagne/i in prigione. 

Non diremo mai: ora siamo alla ricerca di una nu- 
ova strategia, e nel frattempo loro non c’entrano 
nei nostri concetti. Non potremmo mai nemmeno 
considerare un nuovo inizio e lo sviluppo di nuove 
concezioni scollegati dalla questione di come 
conquistare la libertà delle nostre compagne/i 


catturate/i in 22 anni di lotta. Sono in isolamento 
totale o di piccoli gruppi da 22 anni, 1 8 anni, e non 
ci piove: TUTTI/E DEVONO USCIRE E SUBITO 
(...) 

* Con il commando Katharina Hammerschmidt 
abbiamo fatto saltare la galera a Weiterstadt im- 
pedendo cosi per anni che vi possano essere rin- 
chiusedelle persone. Con questa azione vogliamo 
contribuire a quella pressione politica che può 
produrre crepe nella condotta dura nei confronti 
delle compagne e dei compagni prigionieri/e e 
che può far indietreggiare Io stato di fronte alla 
questione specifica. Ma per imporre la loro libertà 
ci vogliono iniziative diverse e svariate di tanti/e. 
L’anno scorso abbiamo tentato, malgrado la “ce- 
sura”, di mantenere la pressione politica da parte 
nostra, con la minaccia di intervenire. Ma quel 
che avrebbe potuto essere forza deterrente e li- 
mitante è stato smontato purtroppo proprio da 
compagni/e della sinistra radicale. Con la nostra 
azione abbiamo ristabilito nuovamente questa 
pressione ed attualizzato la minaccia. Pensiamo 
che questo possa essere utilizzato (NDT : segue 
una descrizione del carcere in costruzione, come 
modello della nuova forma prigione-tecnolo- 
gizzata). 

Commando Katharina Hammerschimdt 
Rote Armee Fraktion 30/3/1993 

P.S. Sostenere che avremmo tutelato la vita del 
personale di guardia e dei ranghi subalterni della 
giustizia solo per “temporanei motivi tattici” (...) è 
naturalemente una menzogna. La RAF non ha alcun 
interesse a ferire o uccidere gente come questa. 
Questa menzogna si allinea col fatto che la procura 
federale tace i cartelloni di segnale di pericolo, con i 
quali abbiamo isolato largamente l'area circostante il 
carcere - visto che di solito la procura ama sbandierare 
anche l'ago per fini investigativi. 



Maggio 1993 


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ANCORA REPRESSIONE 
PER SEI COMPAGNE 
DETENUTE 


E’ passato sotto silenzio iltrasferimento avvenuto 
a settembre di alcune compagne dal carcere di 
Latina ad altre carceri. Dunque Natalia Ligas è a 
Messina in completo isolamento, in pratica con 
una sezione solo per lei; Maria Pia Vianale è ad 
Ancona assieme a detenute comuni, le è stato 
tolto il colloquio con il suo compagno, può ricevere 
solo i familiari; Anna Maria Cotone, Gloria Argano, 
Maria Cappiello, Josephine, Rossella e un’altra 
compagna sono a Rebbibbia in una sezione 
nettamente separata dall’area omogenea. C iò ha 
comportato lo smembramento del gruppo delle 
compagne che “alloggiavano” a Latina da anni, 
l’allontanamento dai familiari con il conseguente 
aggravio di spese per i colloqui etc. 
Contemporaneamente a questi trasferimenti ci 


sono state perquisizioni in varie abitazioni di 
compagni da poco usciti di galera, ai quali vengono 
sistematicamente imposti il rispetto degli orari 
(rientro alle 21), il divieto di uscire da Napoli 
(anche se per lavoro), l’obbligo della firma, fermi 
ingiustificati, provocazioni. 

Mentre a Latina le compagne potevano fare la- 
vori interni (si per dire e si sa come) , adesso sono 
“in braghe di tela”. 

E’ importante che la solidarietà si manifesti con- 
cretamente con sottoscrizioni e invio di materiali, 
per rompere l’isolamento di queste compagne 
con ogni mezzo, sui familiari di queste compagne 
vengono esercitate pressioni psicologiche volte 
a spingerle ad una “mediazione” per l’eventuale 

attenuamento delle mi- 
sure di detenzione. 


Carcere di Rebibbia 
via Bartolo Longo n.92 
ROMA tei 06-411195 

Carcere di Ancona 

via Montecavallo di 

Montacuto 

tei 071-897891 

Carcere di Messina 

via Corso Valeria n.2 
tei 090-2932930 


Iniziative di 
solidarietà sono già 
state organizzate nei 
centri sociali 
napoletani. 



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Da RADICAL AMERICA, 

speciale “Diritti riproduttivi sotto assedio”, 

Voi. 24 N.2- Luglio 1992 

POLITICHE 
DEMOGRAFICHE 
E PROGRAMMI 
UN'ANALISI 
FEMMINISTA 

Betsy Hartmann 

Come ogni altra ideologia, il controllo demografico 
si è evoluto ed è cambiato col tempo. In seguito 
al fallimento dei vecchi sforzi per la pianificazione 
familiare, è prevalsa un’ala riformistache richiede 
dei miglioramenti nella qualità dell’assistenza e 
dell’espansione di programmi volti a mutare gli 
indirizzi della politica sanitaria per la riproduzione. 
Questo tipo di sviluppo della ricerca potrebbe 
essere accettabile, ma non è purtroppo il punto di 
vista dominante, nè sfida l’assunto fondamentale 
del controllo demografico, in cui si afferma che la 
rapida crescita della popolazione è una delle 
principali cause della povertà nel Terzo Mondo. 
Attraverso gli anni questo assunto è stato adattato 
ai tempi, cosicché la rapida crescita della polazione 
negli anni ’70 è stata considerata causa della 
fame e della scarsità di cibo, negli anni ’80 è di- 
ventata causa della disoccupazione e della crisi 
economica, negli anni ’90 del degrado ambientale. 
Oggi i poveri non sono solo considerati respon- 
sabili della propria miseria, ma anche della di- 
struzione dell’intero pianeta. 

Come sempre, la soluzione proposta dal fondo 
per la popolazione, è per molti versi legata al con- 
trollo demografico, soprattutto nella forma della 
pianificazione familiare. Così all’ultima riunione, 
novembre 1 989, i delegati di assemblea legarono 
il crescente degrado ambientale alla crescita del- 
la popolazione e richiesero di raddoppiare l’inte- 
resse per la campagna demografica internazio- 


nale. Cosa più preoccupante, spinsero governi 
ed istituzioni multilaterali (come la Banca Mon- 
diale) a garantire crescente priorità ai programmi 
demografici ed agli stanziamenti d’aiuto. Per la 
prima volta in molti anni fu stabilita una specifica 
tabella di riduzione della fertilità. Come in tutte le 
discussioni del genere mancò qualsiasi conside- 
razione reale su come i ricchi e i potenti potessero 
essere in qualche modo implicati nella depaupe- 
rizzazione e nei processi di distruzione ambientale. 
Tutto sommato è molto più comodo biasimare le 
vittime. 


DEBITO ESTERO E CONTROLLO 
DEMOGRAFICO: 

ALL’INTERNO DELLA BANCA 
MONDIALE 

Che tipo di strategie e di politiche demografiche 
si perseguono al giorno d’oggi? Vale la pena 
guardare ad alcuni esempi concreti. La Banca 
Mondiale sta sempre più giocando un molo chiave 
nella formazione delle politiche di controllo delle 
nascite in virtù della sua influenza sulle altre for- 
me di sviluppo finanziario. In molti paesi oppressi 
da un pesante debito estero, la Banca e il fondo 
monetario insistono su un aggiustamento strut- 
turale quale precondizione per ottenere aiuti esteri 
e prestiti. Il governo deve svalutare la propria mo- 
neta, denazionalizzare le industrie, aprire le porta 
ad investimenti stanieri, congelare i salari, alzare 
i prezzi del cibo, tagliare i servizi sociali - ed a- 
dempiere ai programmi demografici stabiliti dalla 
Banca. Secondo il Bollettino di sviluppo mondiale 
delia Banca del 1 990, “Sebbene possano essere 
dolorose, le crisi relative all’aggiustamento strut- 
turale possono rafforzare il consenso perii cam- 
biamento politico, indebolire i gruppi d’interesse 
contrari alle riforme ed incrementare la propen- 
sione dei politici ad avvalersi dei tecnocrati". I 
risultati sono stati particolarmente devastanti per 
le donne e per i bambini. 

Ciò è specialmente vero nell’Africa sub-sahariana, 
dove Banca Mondiale e comunità internazionale 
stanno ora concentrando i propri sforzi di controllo 
demografico. L’Ufficio Demografico dell’USAID 
(organizzazione statunitense per lo sviluppo in- 
ternazionale) ha per esempio incrementato forte- 
mente gli aiuti all’Africa, cosicché il continente 
ora rende conto di un terzo dei fondi consegnati 
peri programmi di pianificazione familiare, nonché 
di metà della spesa della divisione politica. 


Maggio 1993 


il 


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Mentre le donne di molti paesi potrebbero bene- 
ficiare di un più veloce accesso al controllo delle 
nascite, il tipo di politiche che la Banca Mondiale 
ed altre organizzazioni stanno promuovendo ha 
spesso solo poco a che fare con le vere esigenze 
delle donne. L’imperativo che passa sopra ogni 
diritto individuale è di ridurre la crescita della po- 
polazione nel modo più veloce e più “consistente” 
possibile. In molti paesi questo significa che l’as- 
sistenza sanitariabasilare.iprogrammi nutrizionali 
ed altri servizi sociali sono forzatamente tenuti in 
secondo piano rispetto alla pianificazione familia- 
re. In Nepal, per esempio, nel 1989 una relazione 
confidenziale della Banca Mondiale dichiarava 
che i problemi della popolazione locale richiede- 
vano un tipo di soluzione “cinese”: "sebbene sia 
probabilemente auspicabile qualche cosa di meno 
duro di questo modello”. La relazione asseriva 
che la pianificazione familiare deve avere priorità 
sugli altri interventi sanitari in materia di salute 
per le madri ed i bambini. Invero, la riduzione del- 
la fertilità “deve essere l’obiettivo prioritario dei 
settori di assistenza sanitaria e demografica nepa- 
lesi”. In Nepal, come nel Bangladesh, la Banca 
ha appoggiato il pagamento di incentivi per la ste- 
rilizzazione, fino al vero e proprio abuso nei con- 
fronti di donne e uomini poveri di entrambi i paesi. 


CENTRANDO L’ATTENZIONE 
SULL’AFRICA 

Più in generale, la Banca Mondiale afferma che 
per l’Afrrica la pianificazione familiare dovrebbe 
essere a fondamento della politica sanitaria ed è 
fiera del “dialogo” che ha su questi argomenti con 
le più imponenti autorità africane. Nel Botswana, 
(che già ha un sistema governativo ben definito, 
con un organismo di controllo demografico all’in- 
ternodel ministero della sanità), la banca Mondiale 
insiste percreare un’unità indipendentedicontrollo 
delle nascite per perseguire i fini demografici pre- 
stabiliti. Una simile pressione sta ovviamente mi- 
nando la natura volontaria e gli standard sanitari 
dell’esistente piano di programmazione demogra- 
fico. 

La Banca Mondiale e le agenzie internazionali 
vogliono imporre nuovamente in Africa ciò che 
già hanno fatto in Asia e nell’America Latina. 
Oltre a deviare i servizi sanitari verso la pianifica- 
zione familiare, vogliono che i governi deregolino 
l’utilizzo di contraccettivi, (in particolare alcune 
varietà di ormoni) e ne facciano una socializza- 



zione di mercato attraverso canali commerciali, 
nella totale assenza di un adeguato sistema di 
sorveglianza e di un monitoraggio costante degli 
effetti collaterali. L’attuale processo di socializ- 
zazione di mercato della politica degli aiuti prevede 
come sua funzione principale quella di program- 
mare e attivare nuovi piani operativi in Africa. 
Nello Zimbawe sta finanziando per la prima volta 
la pubblicità mediatica di specifici prodotti. Come 
parte di questo sforzo si sta attuando un tentativo 
sofisticato di oltrepassare il livello dei media, 
chiamato “programma intereducativo”. Sostenuto 
dal governo USA e gestito dalla John Hopkins 
University, il “programma intereducativo” paga 
personalità popolari a livello nazionale, come re 
Sunny Ade della Nigeria, per reclamizzare la 
pianificazione familiare e talvolta promuovere 
anche degli specìfici contraccettivi, su radio, televi- 
sioni, video e film. Le audience locali sono spes- 
so all’oscuro delle fonti di finanziamento. Gli Usa 
sostengono reti di agenzie televisive come la 
Union of National Radio and Teievision Organi- 
zations of Africa. 

Il messaggio di controllo demografico di questo 
programma intereducativo è spesso totalmente 
esplicito. Prendiamo il caso di “U n futuro per il no- 
stro bambino”, un video prodotto in Liberia con 
fondi USA. Secondo il Population Reports il video 
“utilizza immagini della vita di ogni giorno per 
dimostrare gli effetti di una popolazione eccessiva 
su servizi umani già sovraccarichi. Le scene mo- 
strano giovani disoccupati che girano per le stra- 
de, un insegnante che tenta di fronteggiare una 
classe troppo numerosa per la sua aula e gente 
che vive in case malsane.” Ma naturalmente non 


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mostra nulla circa l’elite che controlla le risorse! 
Non sorprende quindi che “gli spettatori con i più 
bassi livelli di alfabetizzazione hanno i maggiori 
problemi nell’afferrare i messaggi”. In Perù l’ap- 
proccio era più diretto: uno spot televisivo mostra- 
va dei conigli che prolificavano senza controllo, 
con il sottofondo di un ritornello orecchiabile che 
diceva: “Ricordati dei conigli". 

La Banca Mondiale e le altre organizzazioni uf- 
ficiali stanno anche cercando di conglobare le 
organizzazioni non-governative in modo più ade- 
rente ai loro programmi demografici, nello spe- 
cifico, la Federazione Internazionale della piani- 
ficazione familiare sta giocando un ruolo essen- 
ziale di intermediazione. 

Se questi metodi non riescono a ridu rre la crescita 
della popolazione in modo sufficientemente ve- 
loce, la Banca Mondiale è disponibile a passare 
sopra l’uso degli incentivi, siano essi accesso al- 
l’educazione, all’abitazione eccetera, a condizione 
che siano destinate famiglie di piccolo numero. 
Secondo un saggio della Banca su “approcci etici 
alla pianificazione familiare in Africa”, incentivi e 
disincentivi “possono avere un ruolo nei program- 
mi di pianificazione, ma essi non dovrebbero mai 
avere effetti discriminatori o coercitivi”. Poi, dimo- 
strando chiaramente la propria logica contorta, 
gli autori affermano che “per loro natura incentivi 
e disincentivi sono diretti in primo luogo ai poveri 
perchè è soprattutto il povero che è da essi 
condizionato”. Se non è discriminazione questa... 
Quando le femministe sollevano delle critiche a 
questo tipo di interventi di politica demografica, la 
Banca Mondiale e gli altri ci assicurano che sono 
fatti per il nostro bene. Come un disco rotto, gli 
stessi argomenti vengono ripetuti a iosa. La pia- 
nificazione familiare è la strada più efficace per 
ridurre la mortalità infantile e da parto - ci dicono 
- e questo è il motivo per cui va promossa anche 
a spese dell’assistenza sanitaria di base. Un cer- 
to numero di studi arriva a conclusioni opposte, 
ma non sembrano fare notizia. 

Perchè preoccuparsi così tantodella promozione 
di contraccettivi ormonali e della spirale intraute- 
rina in assenza di strutture sanitarie adeguate? 
Non sapete che potete morire più facilmente di 
gravidanza che da effetti collaterali dei contrac- 
cetivi? Questa logica penalizza le donne povere 
per la loro povertà, utilizzando l’assenza di una 
assistenza decente alle donne, incluso l’accesso 
all’aborto, per far apparire i contraccettivi più “si- 
curi”. I problemi di morbilità contraccettiva -sterilità, 
infezioni, perdite di sangue, depressioni - vengono 


convenientemente nascosti sotto il tappeto. Se 
queste organizzazioni si preoccupassero vera- 
mente della sicurezza delle donne, promuove- 
rebbero l’assistenza sanitaria di base con lo stes- 
so zelo con cui cercano di limitare la fertilità. 
Questo è l’ordine del giorno per il controllo demo- 
grafico. Non è poi così differente dalle politiche 
praticate nelle ultime decadi, ma noi dobbiamo 
essere in grado di contrattaccare con rinnovata 
intensità. La crisi dello sviluppo ambientale è 
usata in particolar modo come elemento razionale 
per rafforzare le strategie adottate. 

Non è paranoia: il rischio è reale. Posso citare a 
mo' d’esempio un recente articolo apparso su 
una prestigiosa rivista medica britannica - il Lancet 
- scritto dal Dr. Maurice King, un promettente 
pioniere della salute comunitaria. Senza alcuna 
esitazione morale, King sostiene una variante 
moderna della teoria della terza età: provare la 
pianificazione familiare, ma se non riesce lasciar 
morire i poveri perchè questi rappresentano una 
minaccia economica. Rispetto alle società in cui 
noi crediamo ci sia una insostenibile pressione 
demografica che minaccia lo sviluppo, il dottor 
King scrive : “Misure così insostenibili, come la 
reidratazione orale, non dovrebbero essere 
introdotte nel bilancio della salute pubblica, poiché 
aumentano l’età media di miseria umana, in de- 
finitiva di fame.. .”. “Una simile strategia ha bisogno 
di un nome”, dice. “Perchè non chiamarla HSE 
2100 -Salute in un ecosistema sostenibile entro 
l’anno 2100? Potrei proporre ulteriori sugge- 
rimenti: FEM (Fascismo Eco-Malthusiano), 
oppure PSR (Puro e Semplice Razzismo). 



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KLINAMEN 






Qualcosa di radicalmente nuovo si è affacciato sulla scena politica 
con i movimenti studenteschi del 1 990, qualcosa di così decentrato 
rispetto al panorama consueto delle rivendicazioni e delle lotte 
trasformative, da restare per molti versi incompreso. Ma chi pensa 
che la pantera sia fuggita nelle foreste tropicali per non tornare più, 
si sbaglia. La pantera frequenta gli stessi luoghi che l’hanno vista 
muoversi; curiosa e attiva lavora in profondità per dare corpo alle 
promesse di allora: collettività e singolarità, democrazia radicale e 
potere, produzione e vita. 

La novità di questo nuovo soggetto va ricercata nelle trasformazioni 
che hanno attraversato la società e la produzione in questi anni, di 
cui è un distillato puro. 

Le lotte e il conflitto per l’autonomia degli anni Settanta, con 
l’esplodere delle rivendicazioni sulterrenosocialeedella riproduzione 
(e il conseguente crollo del metodo e della legittimità sindacali), 
affermano tematiche come il rifiuto del lavoro coatto e il carattere 
socialedella produzione; letrasformazioniprofondissimedelcomando 
capitalistico negli anni seguenti, nella direzione dell’incorporazione 
della soggettività liberata da quelle lotte nel circuito della produzione 
soggetta a dominio, ribadiscono la fine delia centralità della grande 
fabbrica, e si inoltrano verso un modello che chiamiamo post- 
fordista. Oggi la società è mutata radicalmente rispetto a vent’anni 
fa, e chi non pone i problemi della trasformazione all’attuale livello 
della soggettività, dice cose già morte. 

Oggi dividere tra produzione e riproduzione, tra tempo di lavoro e 
tempo di vita è un’operazione impossibile; oggi i flussi di comuni- 
cazione che informano il sociale sono il vero anello forte della produ- 
zione; oggi la produzione è prima di tutto produzione di senso, valore 
aggiunto segnico delle merci, circolazione di informazione: cervello 
sociale. Qui si vede come l’anticipazione e la mistificazione del co- 
mando sistemico agiscano in profondità, sottraendo e rapinando la 
storia che noi produciamo, il senso creato, la singolarità che diviene 
altro trasformando collettivamente il reale. Il comando è installato 
nel punto centrale di quella che ormai è diventata iper-cooperazione 
sociale. Produzione contemporanea significa, dunque e prima di tut- 
to, produzione di soggettività a mezzo di comando, singolarizzazione 
della sottomissione. Sottrarsi al comando e liberare soggettività au- 
tonoma, liberare la produzione e la vita è il programma da perseguire. 

I movimenti studenteschi del 1990 si collocano in uno snodo par- 
ticolare ed essenziale dell’orizzonte sistemico e della produzione 
postmoderna: la formazione, la costruzione di saper fare e saper 
essere. Un punto di osservazione e di azione fantastico. Non è un 
caso che, sul livello mondiale, siano proprio gli studenti, da 15 anni 
a questa parte, a costituire un motore formidabile delle lotte più 
radicali, di quelle non rivendicative e compatibili (Tien-An-Men e la 
Corea del Sud gli ultimi esempi). 


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Dalle facoltà di ingegneria, di fisica, di chimica e 
di informatica, da architettura e giurisprudenza, 
da lettere e da filosofia, non esce una fantomatica 
“classe dirigente”: esce Piper-proletariato del la- 
voro immateriale, un soggetto potentissimo, il 
prototipo migliore e più raffinato che la storia mo- 
derna ricordi di produttore soggetto a comando, 
così potente e autonomo nella sua costituzione 
soggettiva, nella gestione del desiderio, che serve 
tutta l’astuzia e la malleabilità del “capitale” per 
mistificarne le aspettative e ricondurlo alla sogge- 
zione a un potere esterno. Ma il comando è una 
maschera di carta, perché le basi materiali del 
suo potere sono venute meno. 

Si tratta di processi di singolarizzazione in atto 
ormai sul livello planetario, che mandano in fi- 
brillazione le vecchie tecnologie di controllo del 
sé e contro cui evidentemente nuove se ne pre- 
parano. Cosa fare, allora? 

Le lotte studentesche, sviluppatesi proprio sul 
piano e sui temi della libertà di formazione e di 
produzione di senso, hanno colto perfettamente 
nell’universo della comunicazione il loro referente, 
e spesso il loro avversario specifico. La storia dei 
rapporti tra Pantera e media lo testimonia: la co- 
municazione può essere un nemico, ma è anche 
il terreno di lotta (nella Pantera si comincia quella 
pratica di uso della tecnologia a scopo politico, 
fax e reti informatiche, oggi in piena esplosione; 
nella Pantera si formano redazioni di riviste e di 
radio libere). 

Dopo pochi mesi furibondi, la Pantera scompare: 
è stata una fine? Sappiamo bene che non è così. 
Anzi, proprio la sua scomparsa la preserva da 
una poco onorevole fine, quella che il ceto di 
partito le vuole riservare: sindacatino studentesco, 
serbatoio di consenso per le inconcludenti, quando 
non deleterie e sciagurate iniziative politiche 
della “sinistra” istituzionale. 

Il suo tornare tra i fitti arbusti della composizione 
di classe le permette di by-passare senza lace- 
razioni i profondi problemi che ogni nuova sog- 
gettività deve affrontare: problemi di consa- 
pevolezza teorica e di coerenza organizzativa. 
Ancora in quei tempi posizioni idealiste, che 
pensavano fosse obiettivo del movimento garan- 
tire spazi di “autonomia” e indipendenza alla cul- 
tura dalla produzione, erano diffuse. Tali posizioni 
non coglievano ancora la collocazione del sogget- 
to che si esprimeva allora politicamente, la totale 


sussunzione della “cultura” alla prassi, l’impos- 
sibilità e indesiderabilità di un programma re- 
sistenziale, erede di unaconcezione aristocratica 
del sapere ormai defunta da tempo, e senza 
rimpianto. 

AI contrario, autonomia del sapere, libertà della 
formazione vuol dire costruzione di uno spazio 
interno ai processi reali (la formazione in questo 
caso), ma sottratto alla soggezione e al controllo. 
Autonomo. Uno “spazio pubblico” indirizzato alla 
destrutturazione e all’affermazione positiva di 
paradigmi e progetti differenti, nei nessi indistri- 
cabili tra sapere e produzione. 

Allo stesso modo, alla limitata autoconsapevo- 
lezza politica si univa una forte incapacità orga- 
nizzativa: confusamente ci si muoveva tra esigen- 
ze radicali di democrazia e di potere diffuso da 
una parte, nell’intuizione dello sfondamento reci- 
proco di politica e prassi di liberazione collettiva 
dei corpi e delle menti, e l’inadeguatezza delle 
soluzioni formalistiche effettivamente operanti 
dall’altra, spesso frutto più del ricatto ideologico 
dei media che di autonoma maturazione (“di- 
chiarate che siete democratici e non-violenti o 
siete terroristi”). 

Cos’è successo, allora, dal 1 990 fino ad ora nella 
frazione del nuovo soggetto che noi siamo? 

Il processo iniziato da una miriade di gruppi in 
università e altrove, si può descrivere come pro- 
cesso di autoinchiesta: il sapere si interroga su di 
sé, i suoi soggetti fanno di sé campo di indagine 
e di iniziativa politica. E ciò che viene alla luce, in 
una pratica collettiva di incontri, di seminari, di 
dibattito, di riviste in questi tre anni, è l’interna 
costituzione della società e della produzione 
intorno ai centri del sapere, della comunicazione, 
della produzionedi senso edi soggettività. Questo 
vuol dire allora che chi in primo luogo è implicato 
in questi processi, ora comincia a rivendicarne il 
controllo? Noi pensiamo di sì. 

Si tratta di un processo di autocostituzione sin- 
golare e diffuso, della costruzione paziente di im- 
prese politiche che cominciano a muoversi sul 
campo della produzione di sapere. Il processo, 
sparso sul territorio e spesso difficoltosamente 
comunicante, si sviluppa in modo omogeneo, il 
dibattito si snoda sugli stessi temi, senza che 
alcuna predeterminazione sia in opera. Sono i 
primi passi, ma l’autoconsapevolezza che prima 
mancava ora c’è ed è forte e gioiosa. 


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Perché se qualcosa è veramente impossibile 
oggi, è una politica che si voglia separata da tutto 
il resto. Oggi i campi dell’azione politica, della 
prassi produttiva, del sapere, ma anche dei corpi, 
del senso, della relazione, del gioco, non sono in 
alcun modo separabili. Sul numero zero di questa 
rivista, durante l’occupazione dell’università, si 
diceva: “il senso che nasce in un orizzonte col- 
lettivo fatto di articolazioni, di sguardi e di corpi, 
non è un fatto privato: è la politica”, è la radice di 
un potere nuovo. 

Politica allora è frequentare le connessioni tra 
produzione, intelletto, corpo e azione politica, è 
agire liberazione su tutti i livelli. Questa è l’unica 
politica possibile: sexconnection-machine. 

Su questo livello si costruiscono nuove macchine 
politico-etiche, per le quali la produzione di ini- 
ziativa politica è inseparabile dalla costruzione di 
collettività e dalla produzione tout-court. E’ im- 
prenditorialità politica. Oltre a questo c’è solo il 
comando sui cervelli e sui corpi, sulla creazione 
e produzione del senso. Oltre a questo, rimane la 
politica del piccolo cabotaggio, quella dei corridoi 
e dei partiti. Oltre a questo rimane, ed è la cosa 
più triste per le capacità disperse, un’improbabile 
coazione a ripetere, il feticismo resistenziale o 
"rivoluzionario” fatto, purtroppo, più de! partito 
preso del pessimismo e della depressione che di 
ragionamento sulla tendenza e di conseguente 
ricerca di azioni politiche all’altezza. La 
“resistenza” è stata importante e anzi lo è sempre 
se è capacità di conservarsi un futuro che già si 
prefigura. Ora è il momento di andare avanti. Nel- 
lo sfacelo generale del vecchio sistema politico, 
e nel prendere forma del nuovo stato dell’emer- 
genza permanente, si tratta di essere pronti, di 
organizzare azione e sapere, di anticipare ciò 
che in realtà, per molti versi, ci vede ancora molto 
in ritardo nell’analisi e nelle pratiche. Chi durante 
la Pantera ci insultava, oggi collezione avvisi di 
garanzia. Mala semplice resistenza , o addirittu ra 
il rimpianto di ciò che invece, con somma gioia, 
vediamo affondare a destra e a sinistra, non ci 
renderà più pronti. Chi non anticipa, sarà spazzato 
via dalla corrente. 

Qui nasce il progetto di RE. SE. AU. Un network 
di comunicazione informatizzato che renda ope- 
rativo ciò che naturalmente sta già accadendo: i 
punti dispersi si mettono in contatto, i percorsi si 
incontrano e si confrontano, l’articolazione si sol- 


leva e comincia a progettare il futuro. L’università 
è il luogo naturale in cui questo progetto ha co- 
minciato a muoversi, rendendo operante il colle- 
gamentotra tutte le realtà e i sedimenti ricchissimi 
che la Pantera ha lasciato sul terreno. Alcune di 
queste realtà hanno cominciato a lavorare in que- 
sto senso: il Seminario Società di Palermo, il col- 
lettivo Prato Rosso di Roma, gruppi a Napoli e a 
Torino, infine Klinamen. Si tratta di fare un passo 
in avanti, di iniziare il lavoro. 

Reseau articola il suo progetto su tre scansioni: 

1. Comunicazione: circolazione del dibattito su 
media interattivi, scambio di materiale e di rifles- 
sione, cooperazione dei saperi, sinergie e col- 
laborazione. Lo stile è qui quello che deriva da 
una pratica di no-copyright: le idee non sono di 
nessuno, le opinioni servono a tutti. 

2. Inchiesta: la forma elementare è Pautoin- 
chiesta. Questa non è un momento intimistico, 
ma una soluzione di continuità nel flusso me- 
diatico, che permette l’autocomprensione come 
soggettività produttrice. Non si caratterizza qu indi 
come attività autocentrata, ma come meccanismo 
che si dirama in tutte le direzioni all’interno del 
corpo sociale. L’internità dell’osservatore al 
contesto è allora ciò che fonda e giustifica il 
termine di autoinchiesta. In questa accezione, 
inchiesta è costruzione collettiva di sapere sui 
processi, e insieme costruzionecollettivadispazi 
politici. In altritermini, è produzionedi soggettività: 
affinare il sapere, affinare la comunicazione, 
affinare l’organizzazione. 

3. Costituzione: lavorare in tendenza alla costi- 
tuzione di soggetti politici diffusi, forme di auto- 
governo (le Consulte) edi potere realesui processi, 
nella direzione della libertà di formazione e di vita. 


Rete dei Seminari Autogestiti 

llprimoappuntamentopubblicodi Reseau 
si terrà a Roma a fine maggio (data e 
luogo da stabilirsi). Si tratterà di un 
seminario aperto articolato sui temi della 
metamorfosi del lavoro e dell’inchiesta 
sulla comunicazione. 

Per informazioni: Klinamen, via Festa 
del Perdono, 6, 20122 Milano, tei. 02/ 
58315437, fax e modem 02/5830261 1 


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Seminario autogestito 

GENERAL 
INTELLECT 
FILOSOFIE E 
POLITICHE 
DELLA 
COMUNICAZIONE 

Dalle recenti trasformazioni strutturali che hanno 
reso attuale la tematica del generai intellect alle 
possibili politiche del sapere e della comuni- 
cazione, nello scenario sociale odierno e futuro. 
Questo -molto in sintesi- il percorsoda cui muoverà 
il seminario, avendo come punto di riferimento e 
di partenza la categoria marxiana di generai in- 
tellect, così come essa appare in quelle pagine 
dei Grundrisse (Lineamenti della critica dell’e- 
conomia politica) denominate “Frammento sulle 
macchine”; è qui che Marx usa questa espres- 
sione, definendo quel grado di sviluppo dell’or- 
ganizzazione della società in cui scienza, sapere 
e comunicazione occupano un ruolo centrale. 

Oggetto del PRIMO INCONTRO sarà proprio 
questo testo considerato come un testo di so- 
ciologia empirica e descrittiva, piuttosto che come 
previsione di un futuro o enunciazione di risposte 
ai problemi dell’oggi. La ripresa del “Frammento 
sulle macchine” sarà utile per appropriarci di un 



Maggio 1993 


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apparato categoriale utile alla lettura del presente, 
abbandonando ogni rapporto feticistico con le 
pagine marxiane. 

Si renderà necessaria una ripresa della tematica 
marxiana del passaggio dalla sottomissione 
formale alla sottomissione reale del lavora al ca- 
pitale, intesa come capacità da parte del capitale 
di prefigurare l’assetto della sicetà a aprtire dalle 
sue proprie esigenze, Su questo sfondo si evi- 
denzia la duplice natura del generai intellect, ov- 
vero il suo stretto legame non solo con il lavoro 
morto, con il lavoro oggettivato nelle macchine, 
ma anche con il lavoro vivo: con dei soggetti che 
lavorano. 

Sarà questo il tema del SECONDO INCONTRO, 
che ci porterà verso le dimensioni soggettive del- 
l’intelletto sociale. Vari filosofi e sociologi italiani 
hanno negli ultimi anni preso spunto dalle indica- 
zioni marxiane, sviluppandole nel senso di un’at- 
tenzione ai soggetti della nuova organizzazione 
del lavoro. Emergono, nelle opere di Negri, Virno, 
Cillario categorie quali lavoro immateriale, intel- 
lettualità di massa, capitale cognitivo: col che si 
dice che il lavoro, da quello dell’operaio della fab- 
brica informatizzata, a quello del dirigente a quel- 
lo degli intellettuali propiramente detti, richiede 
una quantità di capacità intellettive sempre mag- 
giori. 

Il TERZO INCONTRO si proporrà di definire 
alcune categorie proprie dell'Industria culturale 
partendo dall’elaborazione della scuola di Fran- 
coforte (Adorno e Benjamin in particolare). In 
questo contesto potrà essere evidenziato il ruolo 
dell’industria culturale nella produzione di sog- 
gettivià normata e conformata, partendo dalla 
constatazioneche il consu matore non è il soggetto 
sovrano ma l’oggetto dell’industria culturale, il 
suo prodotto: come è noto, andando oltre questa 
teoria della manipolazione, la scuola di Fran- 
coforte ha portato alla luce forme e modalità della 
proletarizzazione del lavor intellettuale (Krahl), 
ovvero il momento in cui i lavoratorideH’industria 
culturale vengono incorporati nel processo di 
valorizzazione del capitale. 

Un’altra forma di controllo, questa volta in ambito 
psichico, sarà l’oggettodel QUARTO INCONTRO 
con particolare riferimento al movimento dell’an- 
tipsichiatria e a due autori come Félix Guattari e 


e Gilles Deleuze. Dal riconoscimento della sfera 
dell’inconscio e delle sue varie articolazioni, si 
passerà alla verifica dei flussi di desiderio (la 
“macchina desiderante” in Guattari) e del loro 
ruolo in una pratica di liberazione collettiva. 

Il presupposto del seminario è che l’odierna strut- 
tura economica e sociale si articola attorno alle 
diverse sfere dell’intelligenza sociale. Il QUINTO 
INCONTRO si svilupperà attorno a una possibile 
politica della comunicazione. 

Due spunti in questa direzione: 1) il processo di 
sfruttamento nel capitalismo maturo non si de- 
termina più attorno alla varabile del salario ma 
intorno alla stessa capacità comunicativa, come 
elemento centrale del lavoro contemporaneo. 
Ma questo vuol dire, tra l’altro, che è la possibilità 
della valorizzazione stessa dipende dalla comu- 
nicazione sociale: non solo il lavoro vivo, nella 
sua dimensione di comunicazione sociale e capa- 
cità cognitiva, è la fonte del valore, ma emerge un 
ruolo sempre più parassitario del capitale, ormai 
ridotto a puro comando. 

2) come sostiene McLuhan, i mezzi di comu- 
nicazione di massa non sono oggi altro che il pro- 
lungamento dei sensi degli individui; controllando 
i media il capitale controlla oggi immediatamente 
l’esistenza degli indivìdui. A partire da questo, 
discuteremo possibili pratiche di liberazione 
dell’agire comunicativo: dall’hackeraggio sociale 
alla costituzione di reti informatiche neurali, dalla 
rottura del monopolio capoitalistico della pro- 
duzione culturale all’elaborazione di una politica 
culturale che si opponga alle forme simulacrali 
della cultura postmoderna. 


Naturalmente: questo programma è u na proposta, 
da ricalibrare e ridefinire collettivamente nell’am- 
bito del lavoro comune. 

Questo è il lavoro svolto quest’anno e che pro- 
seguirà l’anno prossimo in varie direzioni tra cui 
l'inchiesta sulla comunicazione che viene 
presentata nel file inchiesta.txt 

Per contatti, proposte e idee nonché per avere il 
materiale del seminario: FAX : 58302212 
e_mail ECN : KLINAMEN KLINAMEN 

Klinamen Collettivo politico della Statale 


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APPUNTI 

SULL'INCHIESTA 

Seminario "General intellect" 

20/4/1993 

“Aprire e tenere aperto il movimento è sempre stato il fine 
dell’autonomia operaia e proletaria” 

(“RiffRaff”, aprile 1993) 


La tematica dell’inchiesta viene messa al centro del dibattito politico della 
sinistra radicale italiana ad opera dei “Quaderni rossi” dei Raniero Panzieri. E’ 
nel testo “Uso socialista dell’inchiesta operaia”, proveniente da un seminario 
del 1 964 e ora reperibile nell’antologia Lotte operaie nello sviluppo capitalistico 
(Einaudi 1 979), che si trova il più chiaro contributo di Panzieri in merito. Inizia- 
mo dunque da qui, riprendendo la proposta metodologica panzieriana, per poi 
calare questa metodologia nella nostra realtà. 

In sostanza, nel pensiero di Panzieri l’inchiesta è un metodo politico, in cui si 
collegano strettamente la teoria, l’analisi scientifica, e la pratica politica e 
rivoluzionaria. Esso si articola su tre livelli: 

1) In primo luogo, parlare di inchiesta significa individuare la società del ca- 
pitale come nostro oggetto. Questo implicava per Panzieri una rivalutazione 
della sociologia, scienza “borghese” che il marxismo staliniano e ortodosso 
(emme elle, ossia marxista-leninista: ricordiamoci che quest’espressione è 
stata inventata da Stalin) non aveva mai voluto prendere in considerazione. 
L’operadi Marx viene vista dunquecome una sociologia, ossia una descrizione 
scientifica della società, dove il termine scientifica non ha alcun valore dog- 
matico, ma, al contrario, di polemica con ogni dogmatismo, in uno spirito as- 
solutamente empirico-materialista. La sociologia marxiana è scientifica in op- 
posizione, pertanto, alle filosofie della storia e alle mitologie diffuse dal marxi- 
smo staliniano, e al ruolo mitologico che in esse si attribuiva alla classe ope- 
raia. Da questo punto di vista, allora, l’inchiesta è un metodo di CRITICA 
DELL’IDEOLOGIA. 

2) Ma questo non basta. Non esiste solo l’ideologia di parte operaia: esiste 
anche l’ideologia borghese, che si dà veste di scienza: la più avanzata, nel- 
l’epoca presente, è per Panzieri la sociologia. Ma in che cosa la sociologia 
marxiana si distingue da quella, poniamo, di Weber o Durkheim? Perché que- 
ste derivano l’analisi della “composizione di classe”, ossia dei lavoratori, dal- 
l’analisi del capitale, ossia della struttura economica. Essi considerano il 
lavoro, in sostanza, in funzione del capitale. La sociologia marxiana, invece, 
è “scienza della rivoluzione” in quanto pone al centro “il rifiuto di trarre dal- 


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l’analisi del livello del capitale l’analisi del livello 
della classe operaia” (p. 99). Questo significa ri- 
fiutarsi diderivare l’anaìisidella soggettività sociale 
dall’oggettività sociale, rifiutare r’economicismo”, 
ovvero la riduzione dei fenomeni sociali alla loro 
base strettamente economica. Più avanti chia- 
riremo questo concetto di “soggettività”. 

Nella prospettiva panzieriana, il rifiuto di appiattire 
l’analisi delle dinamiche della classe su quelle del 
capitale implica un particolare interesse, nell’in- 
chiesta, sulle lotteoperaie, implica un’ approfondita 
considerazione delledinamiche conflittuali (riven- 
dicative) e antagoniste (rivoluzionarie) della classe 
operaia. 

Ma, soprattutto, nell’analisi della lotta si deve por- 
re particolare attenzione alla solidarietà operaia, 
alle dinamiche di comunità in cui gli operai sono 
implicati, studiando “che rapporto c’è tra solida- 
rietà operaia e rifiuto del sistema capitalistico: 
cioè in che misura gli operai sono coscienti a quel 
momento [della lotta] loro solidarietà può essere 
apportatrice anche di forme sociali antagonistiche” 
(94). 

Dunque possiamo dare una seconda definizione 
dell’inchiesta: L’INCHIESTA COME METODO 
DI INDAGINE SULLA SOGGETTIVITÀ’ 

3) Lo scopo principale dell’inchiesta non è certo 
puramente “scientifico”, se perscienza intendiamo 
la mera contemplazione della realtà, il “rispec- 
chiamento” di questa. La scienza della rivoluzione 
non si limita ad analizzarne e verificarne la possi- 
bilità, ma la pratica. Dunque l’inchiesta è per Pan- 
zieri - prima di ogni altra cosa - un metodo di lavo- 
ro di fabbrica: suo scopo è “prender contatto con 
gli operai singoli e con gruppi di operai” (95): per- 
ché, quindi, gli esiti conoscitivi dell’inchiesta siano 
condivisi da ricercatori e ricercati e, soprattutto, 
la militanza comune si rafforzi in strutture politiche 
autonome. Il terzo aspetto dell’inchiesta, dunque, 
è L’INCHIESTA COME METODO PER IL 
LAVORO POLITICO. 

Per riepilogare, mi sembra si debba sottolineare 
che nel metodo dell’inchiesta si intrecciano cono- 
scenza e militanza da una parte, e spontaneità 
del conflitto e sua organizzazione dall’altra. 
L’inchiesta è un metodo per aprire il movimento 
e pertenerlo aperto, come suggeriva la citazione 
in apertura: questo è il suo solo fine. 

Ora, il nostro problema è quello di declinare que- 
sto metodo in una maniera che sia adeguata alle 
trasformazioni che negli ultimi trent’anni sono in- 


tercorse all'interno della produzione sociale, e su 
cui abbiamo lavorato nel seminario, analizzando 
la storia italiana degli ultimi decenni, e seguendo 
lo sviluppo di categorie quali “lavoro immateriale” 
e “intellettualità di massa”. Se l’inchiesta pan- 
zieriana puntava alla conoscenza del ciclo pro- 
duttivo della grande fabbrica e all’organizzazione 
della lotta dell’operaio-massa all’interno di questa, 
oggi l’inchiesta si deve dislocare su di un piano 
diverso: quello, è chiaro, del generai intellect. 

Questo problema è affrontato in un recente testo 
di Romano Alquati. 

Alquati fu uno dei protagonisti del lavoro dei 
“Quaderni rossi”, organizzatore del lavoro d’in- 
chiesta in FIAT (vedi Sulla Fiat e altri scritti, Mila- 
no 1975) e poi organizzatore di inchiesta, negli 
anni Settanta, all’interno dell’università torinese 
(vedi “Aut Aut” 154, 1976). Dopo alcuni anni di 
silenzio (a quanto ne sappiamo noi) e di mero in- 
segnamento, Alquati è tornato su queste tema- 
tiche all’interno di un seminario semi-pubblico or- 
ganizzato da alcuni nostri compagni torinesi che 
fanno parte di radio Blackout. Da questo seminario 
esce un documento, intitolato Su “la comuni- 
cazione”, che nella sua seconda parte sviluppa il 
tema dell’inchiesta nella nuova realtà sociale e 
produttiva. 

Le modificazioni intercorse rispetto al tempo di 
Panzieri si possno rapidamente riassumere in 
due concetti: in primo luogo, che “la fabbrica è la 
società”, e in secondo luogo, e come conseguenza 
immediata, che “c’è poca differenza tra lavoro e 
non lavoro, cosicché sono l’agire umano tutto 
quanto e la sua capacità che vanno liberati e 
arricchiti”. Non ci dilunghiamo su questi elementi, 
di cui si è già parlato nel seminario. Piuttosto, 
quello che conta è la ripresa del tema panzieriano 
del nesso inchiesta-lavoro politico (apertura del 
movimento) su questo livello. 

Seguiamo il ragionamento di Alquati. Il suo punto 
di partenza è soggettivo: si parte da qui ed ora, 
dai motivi per cui si costruisce un seminario au- 
togestito. Voglia di fare politica, di riprendere l’ini- 
ziativa dopo un decennio e più di annichilimento 
(politico: altro discorso deve essere fatto per il 
sociale degli anni Ottanta). 

Posta dunque l’esigenzadell’inchiesta come par- 
tenza per il lavoro politico, si passa all’oggettività 
sociale in cui calare questa esigenza, ovvero alle 
caratteristiche che oggi deve assumere il processo 
organizzativo e di costruzione politica rivoluzio- 
naria. 


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Rivoluzionaria: citiamo un passo, per vedere co- 
me per Alquati “la rivoluzione sociale sia attua- 
lissima” (siamo a p. 13): 

“Infatti la “Rivoluzione”, la “vecchia talpa” che ipo- 
tizzo sotterraneamente stia ancora e tuttora lavo- 
rando con metodo [...] non solo ancora una volta 
innanzitutto non va confusa con l’insurrezione (e 
non ha niente a che fare col terrorismo). Ma non 
è neppure un portato automatico del crescere 
ancor più automatico di “contraddizioni oggettive”. 
E’ l’accelerarsi, massificarsi e radicalizzarsi di 
qualcosa che oggi si pone assai come la suddetta 
liberazione della classe da se stessa. Non è un 
fatto istantaneo più o meno salvifico che di colpo 
risolve tutto quanto miracolosamente ed al quale 
tutto va rimandato. E io ipotizzo pure che la sua 
spirale accelerata richieda organizzazione e 
direzione, più o meno, e pure più o meno pro- 
gettualità. Però comunque ciò accelera liberandolo 
qualcosa che ci sia già, ed accelera pure ed an- 
che una liberazione, un processo songolare/plu- 
rale ed individuale/collettivo [...]: che ci sa già.” 
Ma qui, a parte lo stile colorito e gaddiano del- 
l’Alquati, siamo sempre sulle generali. In concreto: 
è fondamentale il nesso emancipazione-libera- 
zione, e, pertanto, lotte-liberazione. Ora, sappia- 
mo come la globalità di questo nesso, il suo in- 
vestire tutta la vita, la sua natura, direi, “esi- 
stenziale”, è il massimo portato delle lotte post- 
68, soprattutto di quelle delle donne e dei giovani. 
In questo orizzonte salta la figura del partito. Non 
quella dell’organizzazione, è chiaro, ma questa 
muta. La sua formalizzazione non è più gerarchica 
e chiusa, come nel caso del partito dei quadri 
leninista o in quello di massa socialdemocratico 
o togliattiano. La struttura politica che produce 
antagonismo e liberazione ha forme aperte, e 
livelli di formalizzazione variabili, rispecchiando 
in questo il processo produttivo post-fordista. 
Questo si verifica, torniamo ad Alquati, anche sul 
piano dell’inchiesta. Ci si concentrerà “non tanto 
sull’articolazione statica del lavro e del tempo di 
lavro comunicativo, e neppure sulla dinamica si- 
stemica di ciò; ma semmai sulla valenza di que- 
sto nella dinamica dell’agire in quanto potenziato 
e da arricchire, e nel comunicare specializzato, 
soggettivo in specie. Ma piuttosto come processo 
subacqueo, nell’informalità e soprattutto nella 
latenza, di ricomposizione dinamica di movimenti 
antagonistici implicanti risoggettivazione a partire 
da riprodotta o neocostruita ambivalenza ed 
ambiguità” (10). 

lo leggo queste parole in un duplice senso: si 


deve seguire in primo luogo su questo piano il la- 
voro postfordista nella ricostruzione che l’inchiesta 
ne fa. Ma non solo. Il momento informale e “sub- 
acqueo” deve essere parte dell’inchiesta intesa 
come circolazione di sapere, di materiale, di idee, 
di confronto tra i ricercatori e i ricercati. 

Detto questo, pervenire al sodo, quale inchiesta 
sulla comunicazione? Alquati distingue tre livelli 
soggettivi inerenti al campo della comu nicazione : 
1 ) La comunicazione “in generale”, che attraversa 
“miliardi di comunicatori-umani diffusi”, esempio 
“baricentrali” della quale può essere il mondo del- 
la scuola, o più in generale un concetto quale 
quello di “operaio sociale”. 

2) I “comunicatori di professione specializzati”, 
concentrati in aziende e imprese specializzate. In 
questo settore rientrano editoria, mass media, 
pubblicità, moda. ..quello che Negri e Lazzarato 
indicano come “lavoro immateriale”. In questa 
categoria rientrano spesso, nota Alquati, “intel- 
lettuali di professione”, ossia professori univer- 
sitari. 

3) “Contro-comunicatori artigianeschi [.. .] in micro- 
contro-organizzazioni comunicative...’’, ovvero 
veriepresunti comunicatori antagonisti, alternativi 
e d’opposizione. 

L’u niversità può essere secondo Alquati un terreno 
centrale di ricerca, nella misura in cui in essa si 
incrociano le tre categorie di cui sopra. 

Ma la comunicazione, se andiamo a fondo, non 
è che un mezzo, se la prendiamo dal punto di 
vista oggettivo: per fini di valorizzazione e di co- 
mando da parte capitalistica, per eventuali fini 
antagonistici da parte operaia, cioè da parte no- 
stra. Ma se la vediamo come soggettività, essa si 
mostra come “capacità”, di agire, di fare, di pen- 
sare: quella capacità di cui oggi la produzione 
capitalistica ha assoluto bisogno (si vedano le 
tematiche del “capitale umano” e delle “risorse 
umane”). Dunque, la comunicazione ha molto a 
che fare, secondo Alquati, con la FORMAZIONE. 
Pertanto, l’inchiesta e il lavoro politico devono 
essere calibrati sul piano dellaformazione. In due 
sensi, strettamente, come al solito, implicati l’uno 
dall’altro: come studio del ciclo produttivo della 
formazione, e come “contro-formazione”, ovvero 
formazione collettiva in vista della liberazione: 
ma non “in vista” di un sole dell’avvenire, ma in 
vista di una vita che è da vivere qui ed ora; quindi 
formazione di comunità e collettivo. 
“Contro-formazione” significa intervenire su quei 
livelli di autonomia soggettiva e cooperazione 


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collettiva che già si danno, e di cui il capitale ha 
necessità assoluta pervalorizzarsi (innovazione, 
ecc.): lavorare sulla soggettività. 

Ci è allora possibile, in via del tutto provvisoria, 
declinare i tre sensi panzieriani dell’inchiesta sul 
presente, attraverso questi suggerimenti di 
Alquati? 

Direi di sì: 1) L’inchiesta come METODO DI CRI- 
TICA DELL’IDEOLOGIA deve indicare, attra- 
verso lo studio, su questo piano oggettivo, della 
società, la falsità delle due ideologie attualmente 
circolanti. In primis, l’ideologia tecnocratico- 
autoritaria, per cui la complessificazione della 
produzione e della società sono fattori di crisi, 
che devono essere riportati a centri decisionali 
con grandi poteri su tutto il sociale. In secundis, 
l’ideologia della sinistra depressa, per cui il 
passaggio fuori dal fordismo e la complessità 
dellasocietà segna lafinedellasolidarietà, lacrisi 
della sinistra, del socialismo e via con le lacrime 
(caso strano, ecco i fronti del Si e del No di questo 
recente referendum). SI potrebbero scegliere 
rappresentanti scientifici, politici e massmediatici 
delle due posizioni e confutarli tramite pure e 
semplici analisi sociali. 

2) L’inchiesta come METODO DI INDAGINE 
SULLA SOGGETTIVITÀ’ significa inchiesta sul- 
l’immaginario collettivo e sui suoi meccanismi, a 
livello superficiale (massmediatico) e profondo. Il 
mondo dei giornali e delle televisioni si presta ad 
un lavoro di dissezione e di analisi approfondito. 
Come nasce una notizia? Come si costruisce un 
personaggio? Qui, è chiaro, siamo sul lato 
oggettivo della soggettività, quello, anche, su cui 
è più facile procedere: ad esempio, sulla guerra 
del Golfo e sui meccanismi massmediatici che 
l’hanno accompagnata, o sul lancio massme- 
diatico di un Mario Segni (come da un oscuro 
peone sardo, sia pur figlio d’arte, ti faccio il 
Clinton italiano, sia pur clericale). 

Ma più interessante, probabilmente, e più nuovo, 
è seguire davvero dal di dentro i processi di for- 
mazionedellasoggettività sociale, magari insieme 
ad operatori massmediatici da coinvolgersi. Un 
esempio di lavoro in questo senso proviene da 
Parigi, da Negri e Lazzarato, che hanno ultimato 
a gennaio un’ampia ricerca sui Bacini di lavoro 
immateriale nella metropoli pargina: definzione, 
ricerche, prospettive. 

3) L’inchiesta come METODO DI LAVORO PO- 
LITICO consegue da quanto detto sopra sulla 
formazione e contro-formazione. U n processo di 


lunga durata, di circolazione di pensiero e di 
pratiche collettive, in cui indagine sociologica e 
inziativa politica non si disgiungano mai. 

Un problema, perconcludere, sull’oggetto in rap- 
porto al metodo. Parlando del concetto di lavoro 
immateriale e di intellettualità di massa, ci troviamo 
spesso di fronte ad un’ambiguità. A volte (è il 
caso di questa ricerca di Negri/Lazzarato) lo si 
considera intensivamente, come un settore 
specifico della produzione sociale, su cui con- 
centrare l’indagine. Altre volte (vedi ad esempio 
Virtuosismo e rivoluzionedi Vi mo, inedito circolato 
inter nos negli ultimi mesi), si insiste sul suo 
senso estensivo, sull’essere l'intellettualità di 
massa una caratteristca generale del processo 
produttivo postfordista. Le due posizioni, è 
evidente, non si escludono affatto: si potrebbe 
mediarle con dire che le caratteristiche del lavoro 
immateriale (flessibilità, mobilità, dimensione 
cognitiva e cooperativa del lavoro) che si riscon- 
trano estensivamente in tutto il sociale post- 
fordista si incontrano con particolare intensità nel 
settore delle comunicazioni (“industria della 
televisione e della pubblicità, e altri settori, 
secondari ma nondimeno importanti, come la 
moda e la fotografia”). Settori chef ra l’altro hanno 
un ruolo centrale nel comando del capitale sulla 
società postmoderna. 

Ad ogni modo, si tratta di due possibili livelli da cui 
partire per l’inchiesta: concentrarsi sul lavoro 
immateriale in senso proprio, o concentrarsi su 
un settore sociale (una zona, una scuola, un’ 
università) per ritrovarvi l’immaterialità del lavoro 
come centrale? Il dibattito è aperto. 



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Archiv Fur Zeitgeschichten 
c/o Zentrum Hinter der Schoenen 
Aussicht 1 1 
D-6000 Frankfurt 

Budapest. Giovedì 6 Maggio 1 993 


RADIO 

TILOS 



Radio Tilos (Radio Vietato) èun'emittente illegale 
sui Fm 95.5 modulazionedi frequenza a Budapest 
capitale deH’Ungheria. Questa radio esiste da un 
paio d’anni. All’inizio la magistratura intendeva 
chiuderla. Però in questa situazione intermedia 
non ci sono delle forze così definite da poter vie- 
tareveramenteunaradiod’opposizione. Dall’altro 
lato solo adesso si sta cominciando a pensare al- 
la legalizzazione, regolarizzazione delle bande. 
Non si sa se la situazione migliorerà o peggiorerà 
la posizione di Radio Tilos. In questi giorni una 
nuove legge è stata approvata per regolarizzare 
le frequenze. Ogni radio devechiedere il permesso 
e nell’autunno si deciderà quali radio potranno 
andare in onda. 

Il collettivodi radio Tilos stadiscutendo se chiudere 
per due mesi o se così si perderà la possibilità di 
rientrare in campo. In questa settimaneci sarà un 
incontro con un responsabile del ministero per 
chiarire le modalità. Alcuni compagni propongono 
di continuare, altri invece pensano che sia impos- 
sibile, poiché l'ordine sarà di chiudere gli illegali. 
Inoltre così, in caso di violazione della legge, si 
perde pertre anni la possibilità di richiesta. Perciò 
per il momento si sta pensando ad u na campagna 
estiva con manifestazione davanti il ministero, 
volantini, concerti, telegrammi al ministero e altre 
iniziative per l’autunno, la fase calda: un festival 
della radio e, nel caso che non diano il permesso, 
installare un paio di radio pirata nella città. 


Com’è la radio? 

La radio si sente molto bene nella metropoli di 
Budapest. L’antenna ha una posizione buona e 
non c’èbisognodi una grande potenza. Budapest 
è una città con tante colline. Sulla banda fm oggi 
ci sono solo tre emittenti. Tradizionalmente le e- 
mittenti statali sono sulle bande am. 

Radio Tilos ha una cassella postale: 1 922 Buda- 
pest postafiok 1 50. E’ l’unico modo di comunicare 
con la radio. Bisogna scrivere. Dopo di che si 
viene invitati per un incontro. 

Le trasmissioni vanno dalle 6 di pomerriggio fino 
le 1 2 del giorno dopo. I trasmettitori richiedono 6 
ore pausa. Lo studio si trova in una casa privata. 
La stanza è tutto: regia, sala di trasmissione, ar- 
chivio. C'è sempre qualcuno di guardia in casa. 
Ogni ora si cambia il programma. Ci sono tra- 
smissioni sui vari generi di musica, sulla politica, 
in lingua inglese, sul sesso, e altro. Ci sono 


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trasmissioni che hanno una data fissata. 

Ogni settimana si incontrano tutti i membri della 
radio. 


Alcuni esempi di trasmissioni 
dei giorni scorsi 

Mercoledì sera: intervista con una femminista 
ungherese. Lei raccontava le iniziative delle donne 
in nero a Budapest, che sono circa 5, contro la 
guerra in Bosnia. Raccontava della prima riunione 
a livello nazionale delle donne organizzate in 
Ungheria. C’erano donne dei partiti, casalinghe, 
lesbiche - insomma tutti quanti, che discutevano 
sulla posizione delle donne nella società, sulla 
riduzione dei posti negli asili nido e altre cose. Le 
femministe si incontrano nel “Decentrum”* 

C’è spazio per trasmissioni spontanee come 
quella di oggi con me sulla Germania e l’Italia. 
Loro hanno contatti internazionali. Partecipano 
alla FER. Federazione europea di radio libere, 
che ha tenuto una riunione a Bruxelles poco 
tempo fa. 

Stasera c’era una trasmissione sulla pornografia 
e il sesso con un regista ungherese. 

Dopo cominciava latrasmissionein lingua inglese 
di ogni giovedì notte. E’ una satira sulla regina di 
Gran Bretagna, che è a Budapest in questi giorni. 
Lei è la direttrice dell’associazione mondiale del 
cane di razza di cui appunto ora c’è una fiera. 

Non vengono fatti notiziari. La politica è inserita 
nelle trasmissioni. Con il settimanale “Magyar 
Narancs” * - arancia ungherese hanno un stretto 
rapporto. Spesso fanno trasmissioni discutendo 
sugli articoli del giornale. 


* Il “Decentrum” 

Centro della coordinazione delle 
femministe e degli anarchici. 

Forgàch ut 18 Quartiere Angyalfòld, 
staz. di metro linea 3: Forgach ut 
Martedì sera si incontrano le femministe. 
Mercoledì sera è la serata aperta a tutti. 
Venerdì sera è la serata delle lesbiche 

* “Magyar Narancs” 

Settimanale politico culturale, alternativo. 

1399 Budapest postafiok 701/306 

Budapest XI, Mészòly utca 4 

Tel 0036-1-1851830 Fax 0036-1-1661416 



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TESTO DEGLI INCONTRI EFFETTUATI DA MICHAEL HARDT 
NEI SEMINARI ALL’UNIVERSITÀ’ DI PADOVA, MILANO, BOLOGNA, PALERMO 


Michael Hardt 

Il deperimento 
della società civile, 
oppure la riforma 

impossibile 


Oggi, quando ci troviamo ad un anno 
dalla rivolta di Los Angeles, ci troviamo anche ad 
un quarto di secolo dall’esplosione di lotte parigine 
del maggio ’68. La linea astratta che attraversa 
questi due avvenimenti forse definisce, o perlo- 
meno allude allo schema generale della nostra 
situazione contemporanea. Vorrei proporre qui 
che possiamo cogliere il passaggio sociale de- 
lineato da questi avvenimenti dentro il quadro del 
declino del concetto e della realtà della società 
civile nel nostro mondo. Il declino del paradigma 
della società civile corrisponde, certo, ad un 
passaggio nella società contemporanea verso 
nuove configurazioni di rapporti sociali e nuove 
condizioni di dominio. Questo non vuole dire che 
le forme e le strutture d’azione, di partecipazione 
e di dominio che il concetto della società civile ha 
identificato sono sparite completamente dalla 
scena attuale, ma piuttosto che sono state spo- 
state dalla posizione dominante da una nuova 
configurazione di dispositivi, apparati e strutture. 
Come tutti i tentativi di cogliere le grandi linee di 
una paradigma emergente, i miei sforzi qui di 
identificare gli assi principali della fase contem- 
poranea, che cioè segue quella della società ci- 
vile, non possono che essere parziali e episodici. 


Le storie del presente soffrono sempre d’una so- 
vrabbondanza di luce, di troppa familiarità con gli 
elementi del mondo che ci constituiscono, ma 
questo non è certamente un motivo per “aspettare 
il primo crepuscolo”. La mia tesi, dunque, in bre- 
ve, è che la concezione del deperimento della so- 
cietà civile ci fornisce termini utili per cogliere in 
una maniera adeguata ciò che troppo spesso è 
indicato col referimento alla fine della modernità. 
La società che noi viviamo oggi è, più che una 
società postmoderna, una società postcivile. 

Prima di entrare nel merito di questa pro- 
blematica, vorrei proporla più chiaramente in ter- 
mini pratici, cioè termini di lotta e di dominio. Tutti, 
dalla destra alla sinistra, saranno certamente d’ 
accordo sul fatto che durante i giorni degli avve- 
nimenti di Parigi 25anni fa edi Los Angeles l’anno 
scorso, come in tutti le altre rivolte di massa mo- 
derne, la società civile e l’ordine civile sono stati 
sospesi. Dobbiamo chiederci, però, se questi po- 
chi giorni o settimane presentano una situazione 
straordinaria, un'anomalia, oppure se devono 
essere colti piuttosto come sintomi di una condi- 
zione sociale che è ormai normale e permanente. 

Durante la rivolta a Los Angeles una del- 
le cose messe in evidenza (ed in un senso li- 


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mitato anche messe in questione) era la politica 
particolare della divisione del territorio, cioè la 
seperazione rigida dei ghetti urbani espansivi 
dalle cominità ricche e chiuse di periferia. L’effetto 
di questa tendenza di svillupo è una politica ur- 
bana che esclude dal territorio urbano tutti gli 
spazi pubblici o meglio che lascia disponibili 
all’accesso pubblico solo gli estesi spazi deserti 
dei quartieri poveri. Attraverso questa logica im- 
mobiliare la privatizzazione degli spazi in città 
rende più concreta ed estrema la segregazione 
delle razze e delle classi diverse e più difficile 
ogni forma di integrazione o di interazione. Con 
questo declino strutturale dello spazio pubblico il 
concetto stesso della società civile rischia di 
perdere la sua forza perché la dialettica delle in- 
terazioni e degli scambi su cui è fondato non può 
letteralmente aver luogo. In effetti il declino dello 
spazio pubblico comporta il declino dell’arena po- 
litica, di quello spazio necessario a fare politica e 
a fondare qualsiasi discorso di appartenenza alla 
società. A Los Angeles, e progressivamente in 
tutte le altre città americane, il territorio urbano è 
organizzato per evitare il contatto dei vari gruppi 
sociali. 

La rivolta era almeno in parte uno sforzo 
di rifiutare questa seperatezza sociale e il declino 
dello spazio pubblico e dello spazio politico. Nel 
dopo-rivolta e durante tutto quest’anno abbiamo 
sentito da tutte le forze politiche dominanti, dal 
governo locale ai due partiti fino alla casa bianca 



di Bush e di Clinton, una retorica rassicurante dei 
progetti per la ricostruzione delle istituzioni della 
società civile a Los Angeles e in tutte le grandi 
metropoli: si tratta di zone d’imprenditorialità per 
ricostruire il rapporto di lavoro, progetti politici per 
la ricostituzione della famiglia, della scuola, della 
chiesa, e così via. L’operazione si presenta come 
quella di ricucire i fili del tessuto sociale. Questa 
è stata la risposta principale a tutte la rivolte della 
nostra epoca: pensate per esempio al progetto 
francese nel ’68 per trovare un nuovo accordo 
con gli operai e per stabilire una riforma univer- 
sitaria, oppure al progetto americano di ricostru- 
zione sociale messo in atto dal governo di Johnson 
dopo la rivolta di Los Angeles del ’65. Oggi, però, 
dopo la rivolta di Los Angeles dell’anno scorso, 
questa risposta riformistica manca. Nessuno dei 
progetti proposti per la ricostruzione della società 
civile è stato tradotto in azione: rimangono tutti 
della retorica vuota. L’unica cosa a Los Angeles 
che troviamo differente dopo quest’anno è che 
c’è stata una accumulazione di armi importante 
da parte di tutti i grupp/le bande, i coreani, i bian- 
chi, ecc. La settimana scorsa le truppe della 
guardia nazionale aspettavano di rinforzare la 
polizia nel caso di una nuova rivolta dopo la de- 
cisione nel caso King. Le condizioni sociali che 
conducevano alla rivolta dell’anno scorso esistono 
ancora, e in un certo senso rinforzate. A Los An- 
geles, come nelle altre metropoli americane, la 
politica di favorire le periferie (di maggoranza 
bianca e ricca) contro ilcentro città (di maggoranza 
nera o latina e povera) continua sullo stesso 
ritmo. 

Dobbiamo chiederci, perchè non c’è stata 
quest’anno una risposta istituzionale e riforma- 
toria? Perchè non c’era un tentativo serio di ri- 
mettere in piedi l’egemonia e il consenso del po- 
tere, ma solamente una risposta di forza. Ecco 
forse l’aspetto più significativo della rivolta di Los 
Angeles: questa è la prima rivolta nell’epoca con- 
temporanea che non trova una risposta riforma- 
trice. La mia tesi, che vorrei tentare di svillupare 
oggi, è che questa situazione non è il risultato 
della mancanza di volontà (buona o cattiva che 
sia) da parte dei politici, ma che oggi ormai non 
è più possibile una ricostruzione della società 
civile per recuperare i conflitti e gli antagonismi 
sociali. L’assetto del dominio è cambiato, e il 
potere, come le forze che lo contestano, devono 
tutti e due scoprire le pratiche adeguate su 
questo nuovo terreno. 


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1. La Società dell’Organizzazione 
del Lavoro Astratto 

Se mi permettete adesso un excursus nella 
storia della filosofia politica, vorrei stabilire e ap- 
profondire le vicende del concetto e della realtà 
della societàcivile. Dopo questo excursus ritornerò 
con questo quadro teorico chiarito alla realtà a- 
mericanaperconsiderareda vicino alcuni elementi 
delle condizioni, le funzioni, e 



come sintomi della nostra condizione contem- 
poranea. Credo che questo approfondimento 
teorico ci aiuterà a capire le potenzialità e i limiti 
delle bande e la loro forma di aggregazione 
sociale. 

La concezione della società civile che mi 
interessa in particolare è quella di Hegel. Lui non 
è certamente il primo nella filosofia politica mo- 
derna a teorizzare la società civile, ma la sua 
concezione porta alcune innovazioni importanti. 
L’aspetto della società civile hegeliana che io tro- 
vo centrale è il suo modo di pensarla come “una 
sfera dove tutto viene messo in rapporto, una 
sfera di educazione” (Filosofia di diritto 209). La 
società civile coglie il sistema naturale umano di 
bisogni e di interessi particolari, li mette in rapporto 
gli uni con gli altri attraverso le istituzioni sociali 
capitalistiche di produzione e di scambio, e quindi, 
sulla base della mediazione e la sussunzione del 
particolare, pone il terreno sul quale lo Stato può 
realizzare o inverare l’interesse universale della 
società nella “realtà dell’Idea etica” (Fd 257). In 
altri termini, la società civile è il terreno della dia- 
lettica attraverso il quale lo Stato sussume le 
forze sociali particolari che gli sono estranee 
nella sua unità coerente. 

Hegel sottolinea entrambi gli aspetti, 
economici ed educativi, della società civile nella 
sua concezione della società civile come innanzi- 
tutto una società del lavoro. Nei suoi scritti giovanili 
sullo Stato, nel periodo di Jena, Hegel pone il 
motore delle istituzioni sociali civilizzatrici nel 
processo dell’astrazione del lavoro dalle sue i- 
stanze concrete. “Il lavoro concreto, dice Hegel, 
è la conversazione elementare, sostanziale, il 
fondamento bruto di tutto,” ma il lavoro è anche 
“cieco e selvaggio," cioè non coltivato nell’inte- 
resse generale (Jenenser Realphilosophie, 2, p. 
268). Il lavoro concreto, esemplificato per Hegel 
nel lavoro dei contadini, è l’attività umana più vici- 
na alla natura. Da un lato, perchè il lavoro concreto 
è il fondamento di tutta la società non può essere 
simplicemente negato, ma dall'altro lato perchè è 
selvaggio e incivilizzato, non può neanche essere 
semplicemente integrato - deve essere aufgehe- 
ben, cioè negato, integrato e sussunto. Per dirla 
con Hegel, il lavoro nel suo stato naturale è “una 
belva feroce che deve essere costantemente 
soggiogato e domato” (JR, 1 , p.240). Il processo 
di astrazione, dunque, dal lavoro concreto al la- 
voro astratto, è il processo educativo o formativo 
attraverso il quale il singolare si trasforma in uni- 


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versale. Così la belva feroce del lavoro viene do- 
mata. La società civile quindi non è semplicemente 
una società del lavoro, ma specificamente una 
società del lavoro astratto. 

Si trova lo stesso processo formativo di 
astrazione anche al centro del pensiero hegeliano 
maturo della società civile, adesso però in termini 
meno filosofici e più pratici: attraverso il lavoro lo 
sforzo di appagare i bisogni personali e particolari 
è messo in rapporto con gli sforzi degli altri e così 
“la particolarità, nel suo appagamento, perviene 
ad appagare i bisogni degli altri” (Fd 1 99). Hegel 
trova q u est a fu nz ione format iva de 1 1 avoro - la t ra- 
sformazione del particolare in universale - orga- 
nizzata ed esplicitata nei sindacati istituzionali 
che orientano strutturalmente gli interessi parti- 
colari degli operai verso l’interesse universale 
della società. (Cf Fd 251 .) Nella sua formulazione 
matura dunque la società civile è la società dell’ 
organizzazione del lavoro astratto. 


2. Educazione, Egemonia e Disciplina 

Questa concezione hegeliana della so- 
cietà civile riappare dappertutto nella filosofia 
politica moderna, in varie forme. In generale pos- 
siamo dire che nel pensiero politico moderno la 


dialettica sociale della società civile appare con 
due facce, una più democratica ed un’altra più 
autoritaria. Antonio Gramsci è forse il pensatore 
che ha spinto più in avanti il pensiero delle po- 
tenzialità democratiche e socialiste della società 
civile. Gramsci insiste diverse volte nei Quaderni 
del Carcere sull’importanza della distinzione he- 
geliana fra la società civile e la società politica per 
qualunque filosofia che voglia essere progressista 

0 liberale; però, Gramsci rovescia il rapporto fra 

1 due concetti, la società civile e la società politica. 
Come abbiamo già visto, Hegel intende il fine del 
movimento sociale e del conflitto sociale, sia sul 
piano logico che su quello storico, riassunto, 
colto, sussunto e quindi realizzato nei fini dello 
Stato. Gramsci invece pensa il movimento o flus- 
so nel altro senso, proponendo cosi “come fine 
dello Stato la sua propria fine, il suo proprio spa- 
rire, cioè il riassorbimento della società politica 
nella società civile” (Quaderni del carcere, p. 
662). Questo “riassorbimento” è l’inversione del 
flusso sociale che nel processo hegeliano di sus- 
sunzione si orientava verso lo Stato ed adesso, 
secondo quest’idea gramsciana, verso il sociale 
- una sussunzione invertita. Gramsci può con- 
cepire il processo del deperimento o della spa- 
rizione dello Stato come un processo di riassor- 
bimento proprio perchè la società politica (cioè lo 



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Stato) esiste solamente in una seconda istanza, secondariamente, come se 
fosse (a placeholder) che riempie il vuoto strutturale lasciato da una società 
civile non ancora pienamente sviluppata. Quando la società civile riesce a 
riempire pienamente questo spazio, lo Stato in quanto tale non esisterà più, 
oppure elementi statuali continuerano ad esistere solo al serviziodell’egemonia 
della società civile. In effetti, Gramsci ha cercato di cogliere gli elementi 
potenzialmente democratici nella concezione hegeliana della società civile 
e di alzarli in primo piano, rovesciando così il sistema. Allargare e rinforzare 
lo spazio e la potenza dei vari settori ed istituzioni della società civile diventa 
centrale nella strategia gramsciana di progresso sociale, una strategia con 
lo scopo di riempire gli spazi occupati ora dalle forze dittatoriali e coattive 
dello Stato con forze democratiche organizzate secondo la logica dell’ 
egemonia e del consenso. L’egemonia è fondata su u na forma hegeliana 
d’educazione, cioè su una dialettica che impegna e integra le forze 
sociali conflittuali. L’egemonia della classe o del partito rivoluzionario si 
basa sulla formazione o l’educazione per la sua capacità di “assorbire” 
o “assimilare tutta la società.” Quando lo Stato è effettivamente 
sussunto, secondo Gramsci si comincia il regno della società civile, 
cioè l’autogoverno. (Cf. QC, p. 1020.) 

Autori come Gramsci qui sottolineano la faccia democratica 
della società civile concentrando i loro studi e le loro pratiche, in 
generale, sugli elementi pluralistici delle istituzioni della società 
civile, e sui vincoli o canali che le istituzioni forniscono per incidere 
sulla forma del dominio della società politica, cioè lo Stato. Da que- 
sta prospettiva, il sindacato istituzionale, per riprendere l’esempio 
hegeliano più importante, costituisce un canale per la rappre- 
sentanza degli interessi degli operai nel forum della società 
politica. Conosciamo bene molte altre forme di questo tipo di 
pensiero e politica - riformismo giu ridico, movimenti istituzionali, 
ecc. - che cercano di sviluppare le possibilità di rappresentanza 
democratica attraverso i passaggi aperti dalle istituzioni ideo- 
logiche, culturali e economiche della società civile. Comunque, 
da questa prospettiva, la dialettica sociale e le possibilità di 
mediazione attivate nella società civile rendono lo Stato più 
permeabile ai flussi sociali canalizzati nelle istituzioni. 

Nel pensiero di altri autori, però, le istituzioni mediatrici 
che costituiscono il rapporto fra la società civile e lo Stato 
funzionano in un modo non tanto democratico ma piuttosto 
autoritario. Da questa seconda prospettiva, dunque, la 
rappresentanza degli interessi attraverso i canali delle 
istituzioni non rivela gli effetti pluralistici delle forze sociali 
sullo Stato, ma invece sottolinea la capacità dello Stato 
d’organizzare, di recuperare e anche di produrre le for- 
ze sociali. Michel Foucault ci insegna che le istituzioni 
della società civile - cioè, la chiesa, la scuola, il car- 
cere, la famiglia, il sindacato, il partito, ecc. - costi- 
tuiscono il terreno paradigmatico dei dispositivi 
disciplinari del potere nella società, producendo 
soggetti normalizzati e creando un’egemonia at- 
traverso il consenso. Possiamo dire, dunque, 
che la prospettiva disciplinare riconosce gli stessi 
canali attraverso la società civile, ma coglie i 


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flussi progressando nell’altro senso. Il sindacato 
istituzionale, per esempio, è visto ora non più co- 
meun passaggio per l’espressione degli interessi 
degli operai nel pluralismo del dominio ma piutto- 
sto come un mezzo per mediare e recuperare gli 
antagonismi nati nella produzione capitalista e 
nei rapporti sociali capitalistici, creado cosi una 
soggettività operaia che è recuperabile e che può 
in effetti appoggiare l’ordine dello Stato. 

La maniera in cui Foucault analizza e 
critica le istituzioni della società civile è infatti la 
stessa maniera in cui Hegel le innalza. Come 
abbiamo già visto il sindacato e le altre istituzioni 
della società civile “formano” o “educano” i cittadi- 
ni, creando desideri e interessi universali che co- 
incidono con lo Stato. “In realtà, quindi, scrive 
Hegel, lo Stato non è il risultato ma invece l’inizio” 
(Fd 256). La dialettica sociale funziona dunque 
per sussumere le forze antagonistiche sociali 
dentro la sintesi unitaria dello Stato. 

Per essere molto breve, e saltando cosi 
la complessità della posizione di Foucault, almeno 
per il momento, possiamo caraterizzare la società 
disciplinare come la società civile vistada un altra 
prospettiva, avvicinata dal basso, dalla microfisica 
dei suoi rapporti di potere. Con questa afferma- 
zione non voglio dire che in ultima istanza Foucault 
(oppure Gramsci) è troppo hegeliano. Ma il lavoro 
di Foucault sulle società disciplinari, come quello 
di Gramsci sulla società civile, benché in certi 
modi senz’altro non-hegeliano,rimanecomunque 
sullo stessoterreno dell'analisi sociale hegeliana, 
perchè alla fin fine sono tutti orientati verso la 
comprensione della stessa disposizione sociale, 
cioè la fase della società civile. Come dice 
Marx, non dobbiamo biasimare Hegel (o 
nessun altro pensatore) per aver teoriz- 
zato il rapporto esistente fra lo Stato e la 
società. Dobbiamo biasimarlo invece 
quando pone questo rapporto e questa 
disposizione come qualcosa di eterno, 
necessario e fuori dalla storia. 


3. Le infinite ondulazioni 
del serpente 

Quando guardiamo alla realtà della 
società contemporanea, però, sembra 
che queste visioni ricche, promettenti o 
terrificanti della società civile non regga- 
no più, tanto nella versione hegeliana 


quanto nelle riformulazioni gramsciane efoucaul- 
diane; cioè non colgono più i meccanismi o gli 
schemi dominanti della produzione sociale e 
deH'ordinamento sociale. La mia tesi, dunque, è 
che uno degli aspetti che definiscono il mondo 
contemporaneo è il declino del paradigma della 
società civile e della concomitante dialettica di 
forze sociali. Gilles Deleuze ci dà un mezzo per 
capire e qualificare quest’affermazione nella sua 
interpretazione di Foucault e la società disci- 
plinare. Se qualcuno pensa di seguire Foucault 
leggendo la nostra società come una società 
disciplinare, dice Deleuze, si ha capito male il 
pensiero di Foucault. Il potere non opera più 
primariamente attraverso dispositivi disciplinari, 
ma invece attraverso reti di controllo. Uno degli 
aspetti più importanti della definizione che Fou- 
cault dà ai regimi disciplinari è secondo Deleuze 
che questa è una definizione storica. Prima della 
predominanza delle società disciplinari, le società 
di sovranità ponevano il paradigma di dominio; e 
dopo le società disciplinari le società di controllo 
appaiono in primo piano. 

Le società disciplinari sono caratterizzate 
dalle istituzioni che costituiscono l’ossatura della 
società civile; queste istituzioni definiscono le 
striature dello spazio sociale. Se in una fase pre- 
cedente, quella della sovranità, lo Stato mante- 
neva una certa distanza o distinzione dalla produ- 
zione sociale - creando il suo dominio, per esem- 
pio, imponendo l’imposta sulla produzione - nelle 
società disciplinari lo Stato elimina ogni distanza 



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e integra o sussume la produzione sociale - non 
attraverso le imposte, cioè, ma attraverso l’orga- 
nizzazione della produzione. La fabbrica è forse, 
in questa prospettiva, l’istituzione paradigmatica 
della società civile. I dispositivi disciplinari che 
costituiscono la fabbrica allo stesso tempo sog- 
giogano e soggetivizzano l’operaio di fabbrica 
come un luogo di dominio e di resistenza. La fab- 
brica-st natura della società fornisce allo Stato un 
canale per l’organizzazione e il recupero dei 
flussi sociali antagonistici dentro la sua struttura. 
Le striature coordinate definite dalle istituzioni 
della società civile si ramificano nello spazio so- 
ciale creando reti strutturate, dice Deleuze, come 
i tunnel della talpa. Gramsci infatti prendeva que- 
sta stessa immagine ponendola però in termini 
militari: “le sovrastrutture della società civile, 
scrive Gramsci, sono come il sistema delle trincee 
nella guerra moderna” (QC, p. 1615). Linee di 



potere o linee di resistenza, le striature della so- 
cietà civile sono l'ossatura che definisce e sostiene 
il corpo sociale. 

Deleuze insiste, però, che queste isti- 
tuzioni sociali sono oggi dappertutto in crisi. Si 
può interpretare la crisi della fabbrica, della fa- 
miglia, della chiesa e di tutte le altre istituzioni 
sociali come lo sgretolamento progressivo dei 
vari muri, lasciando così un vuoto sociale, come 
se lo spazio sociale striato della società civile si 
lisciasse in uno spazio aperto e libero. Una delle 
lezioni più importanti che Foucault cercava di 
insegnarci, però, è che il potere non lascia mai un 
vuoto, ma sempre in qualche forma riempie lo 
spazio sociale. Deleuze propone che è più ade- 
guato, dunque, capire il crollo delle mura definite 
dalle istituzioni non come una specie di svuota- 
mento sociale ma piuttosto come una genera- 
lizzazione delle logiche che funzionavano finora 
dentro gli spazi limitati attraverso tutta la società, 
propagandosi come un virus. La logica capi- 
talistica perfezionata nella fabbrica investe ora 
tutte le forme di produzione sociale. Analogica- 
mente lo stesso vale per la scuola, la famiglia, il 
carcere, l’ospedale e tutte le altre istituzioni 
disciplinari. “Il carcere, dice Foucault, inizia ben 
prima delle sue porte. Da quando esci da casa 
tua.” Anche prima. Lo spazio sociale è liscio non 
nel senso di essere vuoto, liberato dalle striature 
disciplinari, ma piuttosto nel senso che quelle 
striature si sono generalizzate in tutta la società. 
Lo spazio sociale non è stato svuotato delle 
istituzioni disciplinari ma riempito delle modula- 
zioni di controllo. Il rapporto fra società e Stato 
non implica più la mediazione e l’organizzazione 
delle istituzioni per disciplinare e dominare, ma 
invece lo Stato si ramifica nei circuiti infiniti della 
produzione sociale. 

Dobbiamo stare attenti, però, perchè il 
passaggio dalla società disciplinare alla società 
di controllo non è semplicemente una trasforma- 
zione o una riorganizzazione della struttura isti- 
tuzionale del dominio. Foucault insiste che le 
istituzioni non occupano una posizione primaria, 
come le fonti dei rapporti di potere, ma invece le 
istituzioni rappresentano il precipitato o la 
disposizione delle strategie del potere. Ciò che è 
presupposto e messo in atto nelle istituzioni è il 
diagramma: la macchina astratta o anonima della 
strategia, lo schema nonformato o nonstriato dei 
rapporti di potere. Il diagramma trascende, o me- 
glio sottende le varie disposizioni istituzionali. 


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L’esempio più chiaro che Foucault ci pone per il 
diagramma della società disciplinare è il panop- 
ticon. Il panopticon è l’architettura del carcere 
che rende tutti i soggetti visibili - individui formati 
e sostenuti dalla disciplina. Un diagramma è so- 
prattutto un’architettura astratta ed esemplare 
del potere che percorretutte lesue manifestazioni. 
“Perchè si stupisce, scrive Foucault, se il carcere 
assomiglia alle fabbriche, alle scuole, alle ca- 
serme, agli ospedali, che tutti assomigliano ai 
carceri?”(Surveilleretpunir,p.229)lldiagramma 
disciplinare percorre levarie istituzioni perdefinire 
le condizioni del possible, le condizioni di ciò che 
si può vedere, dire e conoscere, le condizioni del 
funzionamento del potere. Nel passaggio verso 
una società di controllo, dunque, troviamo sen- 
z’altro dei sintomi a livello istituzionale, ma dob- 
biamo cogliere il passaggio anche, e forse innan- 
zitutto, a livello diagrammatico. Prima, cioè, dob- 
biamo chiederci, quali sono i diagrammi che defi- 
niscono le condizioni del possibile nelle società di 
controllo? E poi, inquali disposizionisiconsolidano 
queste forze diagrammatiche, e come? 

Le metafore a nostra disposizione ci 
danno almeno una prima approssimazione della 
natura dì questo passaggio. Non possiamo più, 
peresempio, servirci della metafora della struttura 



e della sovrastruttura, che era cosi centrale nella 
concezione delle istituzioni medianti della società 
civile. L’immagine dei tunnel incrocianti della tal- 
pa che caratterizzava le strutture della società di- 
sciplinare non regge più su questo terreno. Non 
sono più i passaggi strutturati della talpa, dice 
Deleuze, ma le ondulazioni infinite del serpente 
che caratterizzano lo spazio liscio delle società di 
controllo. Nella stessa maniera, la metafora Gram- 
sciana del sistema di trincee nella società civile è 
definitivamente sorpassata dalle tecniche di guer- 
ra contemporanee. Le posizioni fissate non sono 
più un vantaggio ma un serio handicap; invece, il 
monitoraggio, la mobilità e la rapidità sono gli ele- 
menti vincenti nella guerra oggi. Le forze armate 
irakene dovevano apprendere questa lezione 
durante la guerra del golfo. I soldati irakeni sono 
stati letteralmente sotterrati vivi quando le loro 
trincee erano lisciate dalla macchina da guerra 
statunitense. Lo spazio metaforico delle società 
di controllo è forse caratterizzato meglio dalle for- 
me mobili della sabbia del deserto, dove le posi- 
zioni sono continuamente spiazzate; o meglio, le 
superfici liscie del cyberspace, con i suoi flussi 
indefinitamente programmabili di codici e d’in- 
formazione. 

Queste metafore suggeriscono uno 
spostamento importante legato al diagramma 
della società di controllo. Il panopticon, e la dia- 
grammatica disciplinare in generale, funzionava 
innanzitutto in termini di posizioni, punti fissati, ed 
identità. Foucault riconosceva che la produzione 
d’identità (anche delle identità “opposizionali” o 
“deviarti”, come l’operaio di fabbrica o l’omo- 
sessuale) era fondementale perii funzionamento 
del dominio nelle società disciplinari. Il diagramma 
di controllo, però, non è orientato verso una 
posizione o un’identità, ma invece verso la mobilità 
e l’anonimità. Questo diagramma funziona sulla 
base del “qualunque”, e quindi le sue disposizioni 
o istituzioni sono elaborate soprattutto sulla base 
della ripetizione e la produzione di simulacri. La 
produzione fordista e taylorista elaborava anni fa 
un modello d’intercambiabilità, ma quella inter- 
cambiabilità era basata su ruoli comuni, posizioni 
fissate e pezzi di ricambio. L’identità definita dì 
ogni pezzo o ruolo era precisamente ciò che po- 
neva lapossibilitàdell’intercambiabilità. Il modello 
produttivo del “qualunque” (e cioè del postfor- 
dismo) propone una mobilità più vasta e una 
flessibilità che non fissa più delle identità, dando 
così alla ripetizione mano libera. Emergonoquindi 


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al centro del funzionamento di potere, i controlli 
più sofisticati dei flussi d’informazione e di 
comunicazione, tecniche innovatrici di sondaggio 
edi monitoraggio, e un ruolo socialepiù estensivo 
per i media. Il controllo funziona sul piano del 
simulacro della società. L’anonimità e il qualunque 
delle società di controllo sono precisamente ciò 
che gli danno le sue superfici liscie. 

Non dobbiamo esagerare con queste 
metafore, però, pensando che valgano in maniera 
assoluta. L’affermazione del declino della società 
civile non vuol certo dire che i meccanismi d'orga- 
nizzazione e di dominio che caraterizzavano la 
società civile non funzionano o non esistano più. 
Di più, riconoscere un passaggio dalle società 
disciplinari alle società di controllo non vuol dire 
che i dispositivi disciplinari e le potenzialità con- 
comitanti di resistenza sono completamente spa- 
rite. E forse più importante, il lisciare dello spazio 
sociale non vuole dire che non ci sono più striature 
sociali: al contrario, comediceDeleuzee Guattari, 
nel processo del lisciare riappaiono elementi di 
striatura “nelle sue forme più perfette e severe" 
(Mille Plateaux, p. 614). In altre parole, la crisi o 
il declino delle istituzioni della società civile dà 
luogo in certi modi ad una ipersegmentazione 
della società. Per esempio, mentre negli ultimi 


vent’anni la produzione di fabbrica è in declino e 
la striatura sociale che definisce si sta lisciando, 
questo spazio è stato riempito, almeno in parte, 
dalle forme di produzione flessibile che hanno 
segmentato la forza lavoro nelle forme estreme, 
creando delle reti mobili ed anonime di lavoro 
fatto a casa, lavoro part-time e varie forme di la- 
voro nero e semi-legale. Lo spostamento dalla 
produzione di fabbrica alla produzione flessibile 
paradossalmente combina e confonde il lisciare 
e l’ipersegmentazione dello spazio sociale. La 
nuova segmentazione è estrema ma anche fles- 
sibile e mobile: ci troviamo, cioè, davanti al para- 
dosso della rigidità flessibile. La questione, però, 
non è semplicemente l’esistenza di certi apparati, 
dispositivi , o meccanismi; l’importante è piuttosto 
la loro predominanza dentro un paradigma speci- 
fico di dominio. Il nostro compito è d’identificare 
i caratteri salienti della figura socialeche succede 
alla società civile. Gli spazi lisci delle società di 
controllo ci danno una prima approssimazione. 

Vorrei saltare qui (per ragioni di tempo e 
della vostra pazienza) un’altra parte di questa 
inchiesta teorica che pone in maniera parallela al 
passaggio foucauldianodaila società disciplinare 
alla società di controllo, il passaggio marxiano 
dalla sussunzione formale alla sussunzione reale 
del lavoro al capitale. Molto brevemente, questo 
passaggio che troviamo nei Grundrisse e nel 
capitolo sei inedito del Capitale, e che Toni Negri 
e molti altri compagni hanno interpretato con 



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precisione, ci dà una definizione più concreta dei 
meccanismi economici e sociali delle società di 
controllo. In questa nuova fase, quella della sus- 
sunzione reale, il processo hegeliano dell’astra- 
zione del lavoro dà luogo ad un processo di a- 
strazione dal lavoro, e quindi corrisponde alla 
costruzione di un simulacro autonomo della so- 
cietà, separata dalle forze sociali realmente pro- 
duttive. Lo Stato della sussunzione reale non si 
interessa più della mediazione o della “forma- 
zione”, ma piuttosto della seperazione, non più 
della disciplina ma del controllo. In termini assai 
riduttivi, possiamo dire che distruggendo i canali 
della società civile che permettevano un’incidenza 
sociale effettiva sui meccanismi del dominio, per 
esempio destrutturando la produzione di fabbrica 
e la sua striatura sociale, lo Stato ha distrutto allo 
stesso tempo i canali per mediare e recuperare le 
forze sociali antagonistiche. Lo Stato della sus- 
sunzione reale funziona in un piano separato, un 
simulacro del terreno sociale, astratto dal lavoro 
stesso. (Qui, fra parentesi, possiamo vedere l’u- 
tilità d’una analisi della società dello spettacolodi 
Guy Debord e la separatezza che egli pone come 
una terza approssimazione alla qualificazione 
della società postcivile.) Comunque, il mio argo- 
mento qui è semplicemente che in questo pas- 
saggio le istituzioni democratiche e/o disciplinari 
della società civile, cioè i canali della mediazione 


sociale, sono venuti meno e sono stati spostati 
dal centro del regime. Non lo Stato, ma la società 
civile è in processo di deperimento. 


4. La condizione postcivile 

Si dice che il '68 era l’ultima rivoluzione dell’800, 
e forse allo stesso tempo la prima del ventunesimo 
secolo. Uno degli elementi di questa rottura ra- 
dicale, posto forse per la prima volta a Parigi ma 
in evidenza senz’altro a Los Angeles, è il declino 
di un insieme di pratiche di potere e di resistenza 
legate al concetto della società civile. Non dob- 
biamo però cogliere questa nuova situazione in 
termini negativi, in termini cioè di ciò che non è più 
possibile. Dobbiamo capirlo invece nei termini 
delle sue potenzialità - società di controllo, società 
della sussunzione reale, società dello spettacolo 
integrato, ecc. Cioè, se in quest’anno a Los An- 



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geles non abbiamo visto un progetto sociale rifor- 
mistico, perchè la riproposizione delle istituzioni 
della societàcivile non è più possibile, questo non 
vuole dire che il potere rimane a mani vuote. Pos- 
siamo essere sicuri che il potere troverà un modo 
efficace d’agire su questo nuovo terreno liscio. 
Dobbiamo anche noi, però, non sciovolare sulle 
superfici liscie nella mancanza dei vecchi rife- 
rimenti pratici e teorici, ma scoprire i nuovi modi 
di pensare e d’agire adeguati a questo terreno. 
Molti compagni hanno già dato dei contributi 
importanti lavorando con concetti come l’inteletto 
generale, il potere costituente, e l’operaio sociale, 
e con dei progetti pratici come l’ECN, ecc. 

Non vorrei ora, però, continuare su questo 
filo progettuale. Vorrei invece dare qualche e- 
sempio di questa condizione postcivileche traggo 
dalla crescita e dall’organizzazione delle bande 
nelle grandi metropoli americane. Nonvogliodire 
che le bande si presentano come una forma 
d’organizzazione rivoluzionaria contro le società 
di controllo; credo piuttosto che presentano chia- 
ramente alcuni sintomi della nostra condizione 
sociale. Cioè la condizione postcivile è la condi- 
zione in cui crescono e si svillupano le bande. 
Tutti dicono che il fenomeno delle bande nasce 
nella crisi delle istituzioni sociali e comunitarie - la 
crisi della famiglia, della scuola, del rapporto di 
lavoro, ecc. L’organizzazione che presentano le 



bande di fronte a questa condizione è, esatta- 
mente come diceva Deleuze, una combinazione 
paradossale della massima fluidità e flessibilità 
con elementi anacronistici di strutture rigide ed 
ipersegmentate. 

Propongo solamente due esempi che ho 
osservato nella mia ricerca sulle bande dentro e 
fuori il carcere dove abito adesso. Quest’anno 
abito in una città di 1 50 mila persone, che si chia- 
ma Bridgeport, fuori New York, sulla costa Est. 
Bridgeport era, dall’inizio del secolo fino almeno 
agli anni 50, una città industriale vivace, piena di 
operai immigrati dall'Europa. Da vent’anni, però, 
con la progressiva chiusura di tutte le fabbriche, 
la città è in declino. La città si trova in una crisi 
fiscale profonda ed è incapace di fornire anche i 
minimi servizi sociali. I bianchi sono progressi- 
vamente andati altrove e la città sta diventando di 
maggioranza nera e portoricana. Non per caso, 
quindi, Bridgeportè anche ilcentrodel commercio 
della droga sulla costa Est, da New York a Bo- 
ston, e anche dell’attività delle bande. 

La prima osservazione che voglio ripor- 
tare riguardo a queste bande è la mobilità estrema 
della loro organizzazione e della loro attività. Le 
varie identità e la gerarchia dentro le bande sono 
fisse, peròdata lavivace circolazione col carcere, 
le persone che assumono questi ruoli cambiano 
spesso. Sembra infatti che i giovani rimangano 
nelle bande in generale per pochi anni, diciamo 
dai 15 ai 18 anni. Più suggestiva, però, è la 
mobilità delle bande sul territorio. Diversamente 
dalle bande di Los Angeles, queste bande a Bri- 
dgeport non sono legate al territorio e definite dal 
loro quartiere. Qui invece la vendita della droga 
viene compiuta in luoghi che cambiano continua- 
mente. I dealers, che sono sempre in giro, hanno 
dei telefonini portatili. Quando chiama un cliente 
fissano un appuntamento, il cliente scende dall’ 
autostrada, il commercio è fatto, e il cliente è già 
ripartito sull’autostrada. Neiquartieridi Bridgeport 
dove quasi tutti i negozi sono chiusi e tutte le fab- 
briche sono vuote, la città si presenta come uno 
spazio liscio per la circolazione delle bande. Que- 
sto è il fenomeno che preoccupa di più la polizia. 
Infatti l’unico progetto serio della polizia di Brid- 
geport per affrontare il problema delle bande è 
quello di creare degli ostacoli fisici nelle strade 
dei quartieri poveri per bloccare i flussi delle ban- 
de. Cioè creano letteralmente degli ostacoli di 
beton per bloccare il traffico e fare di questi quar- 
tieri una specie di labirinto. Le linee di questo la- 


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birinto mi sembrano una caricatura banale e bru- 
tale delle striature di mediazione sociale che co- 
stituivano la società civile. E senz’altro saranno 
molto meno efficaci. Ma almeno per il momento 
è l’unico modo a disposizione della polizia per 
affrontare la mobilità delle bande nella città liscia. 
Finalmente nella loro flessibilità le bande riman- 
gono incontrollabili. 

L’altro esempio di questo fenomeno di 
ipersegmentazione dentro lo spazio liscio che 
voglio riportare qui proviene dall’interno delle 
bande stesse. Cioè, se il primo esempio mostra 
come le bande sono incontrollabi, questo secondo 
mostra come si autocontrollono loro stesse. Il 
modo di autocontrollo forse più importante, e si- 
curamente più banale, è quello della droga, non 
solo nel sensoche il tossicomane diventa un sog- 
getto perfettamente controllato, ma anche nel 
senso che la centralità del commercio della dro- 
ga neil’organizzazione delle bande le colloca in 
una logica sociale di delinquenza e di criminalità. 
Questo è un modo che sicuramente conoscete 
bene anche voi. C’è un altro modo di autocontrollo 
che mi interessa di più. Ogni banda ha una sua 
propria costituzione che tutti i membri prima di 
entrare devono appredere a memoria. Ogni co- 
stituzionecontienecinqueelementifondamentali: 
la gerarchia, la disciplina, la famiglia, la religione 
e l’educazione. Le costituzioni si presentano co- 
me linea di condotta peruna comunità tradizionale 
moderna, anche con un accento di nostalgia. 
Nella mia esperienza, però, queste non sono le 
norme effettive dell’organizzazione sociale delle 
bande. Le regole dominanti sono piuttosto l’onore 
e la forza, spesso insieme con una feroce subor- 
dinazionedelle donne. L’organizzazione effettiva 
delle bande, quando cade sul vuoto lasciato dalle 
istituzioni della società civile, cioè la famiglia, la 
religione, la disciplina, ecc., riprende elementi 
piuttosto feudali, divisioni crudeli e rigide. 

La trasformazione che vorrei sottolineare 
con questi due esempi riguarda le strategie del 
potere e il funzionamento del dominio. In questi 
casi, bene o male, il potere non funziona più con 
una logica di mediazione; non c’è più, o meglio 
non c’è in primo luogo, la dialettica fra rivolta an- 
tagonistica e recupero riformistico. Sembra che 
lo Stato non mantenga e legittimi più il suo potere 
impegnando e integrando le forze sociali anta- 
gonistiche, o almeno non nella stessa maniera. 
Se la belva feroce del lavoro viene domato, come 
voleva Hegel, non è più grazie all’educazione for- 


nita dalla società civile. Oggi le lezioni del potere 
sono molto più brutali, imponendo la forza, bloc- 
cando i flussi sociali. Ma queste strategie del 
potere sono troppo crude, non riusciaranno mai 
sullo spazio liscio della società attuale a domare 
i soggetti flessibili e mobili — soggetti che sono 
veramente incontrollabili. Il vero controllo, e il 
controllo più sottile proviene dall’interno del sog- 
getto. La società di controllo dipende sempre di 
più dali’autocontollo dei soggetti costitutivi. Da un 
lato, possiamo dire, la società di controllo presenta 
modi di dominio più fini, più sottili di tutti quelli che 
abbiamo mai visto. Ma allo stesso tempo crea le 
condizioni, forse per la prima volta, per la costi- 
tuzione di una soggettività antagonistica vera- 
mente autonoma. Il soggetto autonomo, incon- 
trollabile di fronte al potere e che si libera dei 
meccanismi di autocontrollo, sarà il soggetto 
liberatorio che non scivola nella nostalgia per le 
istituzioni della società civile ma saprà pattinare 
con passi sicuri sul le superfici della società liscia. 



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Centro Sociale Leoncavallo 

Programma dei concerti 


Venerdì 28 maggio 

Venerdì 1 1 giugno 

INIZIATIVA DAVANTI ALCARCERE 
DI SAN VITTORE 

ALLOY 

99 POSSE 

Sabato 12 giugno 

BISCA 

INVESTIGATORS 

TEQUILA BUM BUM 

UPRISING - DBC 

REPUBLIC DREAD KNOT HI-FI 

Dread Broadcasting 

YOUNGER YOUTH 
ONE LOVE HI PAWA 

Corporation (UK) 

MARKY LYRICS 
Selecter DUB MASTER 

Venerdì 1 8 giugno 

ZERO BOYS 

Giovedì 24 giugno 

Sabato 29 maggio 

TEATRO 

SHUFFLE CLUB 

L'OPERA DA TRE SOLDI 

Venerdì 4 giugno 

Venerdì 25 giugno 

BLUSIMODO 

LUIGI BONAFEDE 

LAURA FEDELE 

QUARTET 

Sabato 5 giugno 

Sabato 26 giugno 

SKITS & ROLL 
SAILOR FREE 

TECNOGOD 

Sabato 3 luglio 

Martedì 8 giugno 

FREE CHEESE FOR ALL 

INIZIATIVA ALL'ARCO DELLA PACE 

MAUMAU 

(Losanna) 



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ECN MILANO 

Modem 02 2840243 - 24 h/Day 2400 MNP5 

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Via Leoncavallo, 22-20131 MILANO 
Telefono/Fax 02 26140287 
Casella Postale n. 17051 

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n. 2231 1203 intestato a 
"Associazione delle mamme del Leoncavallo 
per i centri sociali autogestiti" 



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